Istruzione pubblica nel Regno delle Due Sicilie

Nei primi anni del 1800, nel Regno delle Due Sicilie, l’educazione dei ragazzi era quasi sempre affidata alla Chiesa, che da secoli svolgeva questo delicato ed importante compito.

Dopo l’istruzione primaria, della durata di tre anni, seguiva l’apprendimento di un mestiere. I giovani figli dei contadini, per necessità, venivano da subito impegnati nei lavori agricoli e quindi erano pochi quelli che frequentavano la scuola primaria. Pochissimi erano poi, e quasi tutti figli di famiglie nobili, quelli che continuavano gli studi, sia perché erano i soli che se lo potevano permettere, sia perché erano i soli che potevano accedere, con un’adeguata preparazione, a governare la cosa pubblica. Pure gli studi superiori erano affidati, quasi sempre, alla Chiesa.

Anche se il sistema di educazione borbonico non era né popolare e né proprio brillante, bisogna però riconoscere che, in quei tempi, assicurò al Regno un livello culturale qualitativamente più elevato rispetto agli altri paesi europei. Infatti, nel censimento del 1751, Napoli era la prima nelle accademie di scienze e lettere: i meridionali Gaetano Filangieri, Antonio Genovesi, Giambattista Vico, Francesco Lomonaco, Pietro Giannone e tanti altri, fecero scuola in Europa. Poi, si svolse a Napoli, dal 20 settembre al 5 ottobre 1845, il congresso degli scienziati e nel 1856, nell’Esposizione Internazionale di Parigi, il Regno delle Due Sicilie ricevette il Premio come terzo Paese più industrializzato del mondo, dopo l’Inghilterra e la Francia, tutto questo grazie ai principali settori industriali dell’epoca che erano la cantieristica navale, quella tessile e quella estrattiva. Degli stati preunitari del Nord, neanche l’ombra.

In precedenza, nel periodo dell’occupazione francese (1806 – 1815), Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat tentarono, senza successo, di introdurre l’istruzione pubblica di tipo laico.

Nel 1848, il ministro della Pubblica Istruzione del regno delle due Sicilie, Paolo Emilio Imbriani, dopo aver disposto che la nomina e la vigilanza degli insegnanti fosse assegnata ad una commissione provinciale, introdusse l’obbligatoria dell’istruzione primaria per ambo i sessi (decreto del 19 aprile 1848). Nel breve periodo in cui ricoprì l’incarico, il ministro, consapevole della portata politica e sociale del problema dell’istruzione e dell’alto tasso di analfabetismo che impediva la partecipazione delle masse alla vita governativa e ostacolava l’esercizio dei diritti civili anche di alcuni strati borghesi, abolì il decreto del gennaio 1843, sottraendo così l’istruzione primaria al controllo dei vescovi, sottoponendola alle dipendenze del ministero. Nella circolare, annessa al decreto, sollecitava i sovraintendenti locali affinché si adoperassero a diffondere l’istruzione elementare, anche nelle classi più povere.

Con l’annessione forzata, del 1860, del Regno delle Due Sicilie a quello dei Savoia, il sistema scolastico meridionale cambiò totalmente in quanto venne applicata la legge Casati (ministro, dal 19 luglio 1859 al 21 gennaio 1960, della Pubblica Istruzione nel governo Lamarmora), già in vigore dal 13 novembre del 1859 nel Regno di Sardegna. La Legge, studiata per la realtà scolastica piemontese e lombarda, venne estesa gradualmente all’intero Paese, dopo la proclamazione del Regno d’Italia.

La riforma, tendente a configurare un sistema in cui lo Stato doveva gestisce l’istruzione con la presenza delle scuole private, affrontò anche la “questione analfabetismo”, più elevato nelle regioni meridionali per i motivi detti in precedenza.

Con la Legge Casati l’Istruzione elementare venne divisa in due gradi:

  1. Grado inferiore di 2 anni, istituito in ogni Comune, con frequenza obbligatoria e gratuita per quanti non ricorrevano all’istruzione “paterna”. L’iscrizione avveniva a 6 anni compiuti con un numero di allievi per classe oscillante tra 70 e 100.
  2. Grado superiore di 2 anni, istituito in tutte le città in cui già esistevano istituti di istruzione pubblica e in tutti i Comuni di oltre 4000 abitanti.

Inoltre:

  • I maestri dovevano essere muniti di una patente di idoneità ottenuta per esame e di un attestato di moralità rilasciato dal Sindaco.
  • La responsabilità per l’istruzione elementare era affidata ai comuni, ai quali veniva peraltro vietato di istituire una tassazione di scopo.

I Comuni del Sud, che avevano seri problemi di cassa, si ritrovarono quindi in difficoltà nel garantire lo svolgimento delle lezioni. Inoltre, era fatta in modo da mantenere e perpetuare le differenze sociali, infatti essa prevedeva:

  • Una scuola di “serie A” che dal ginnasio – liceo avviava all’università, a cui poteva accedere solo l’aristocrazia e la nuova borghesia liberale;
  • Una scuola di “serie B” destinata alla piccola borghesia, con i rami tecnico e normale, da cui derivarono poi l’istituto tecnico e l’istituto magistrale;
  • Una scuola di “serie C” destinata alle classi umili, che forniva un apprendistato di lavoro.

In conclusione, la Legge Casati che poteva essere una buona base di partenza per creare un sistema scolastico di “tipo pubblico e laico”, come tutte le altre leggi, essendo stata semplicemente estesa ed imposta dai Savoia ai popoli annessi, senza la minima considerazione per il loro passato e le loro peculiarità culturali, fallì nel Regno delle Due Sicilie. Più tardi Gaetano Salvemini scriveva su La Voce: “Le scuole e tutti gli altri servizi pubblici nel Sud sono nati per motivi esclusivamente elettorali, hanno avuto fin dall’inizio personale volgare e ignorante, fornito di titoli esclusivamente elettorali”.

Osservatorio Sismologico Vesuviano

L'Osservatorio Vesuviano è il più antico osservatorio vulcanologico del mondo, fondato dal re delle due Sicilie Ferdinando II di Borbone. Alla sua fondazione, che risale al 1841, la sede era situata alle pendici del Vesuvio. L'Osservatorio Vesuviano fu inaugurato nel 1845 durante il VII Congresso degli Scienziati Italiani, tenutosi a Napoli. Il primo direttore fu il fisico parmense Macedonio Melloni, a cui seguì Luigi Palmieri, inventore del primo sismografo elettromagnetico (1856). Tra i successivi direttori si ricordano Giuseppe Mercalli, Raffaele Matteucci, Alessandro Malladra, Giuseppe Imbò, Paolo Gasparini, Giuseppe Luongo, Lucia Civetta, Giovanni Macedonio, Marcello Martini, Giuseppe De Natale. Oggi nel vecchio sito si trovano il museo e la biblioteca storica, mentre i laboratori ed il Centro di Sorveglianza si trovano a Fuorigrotta (Napoli).

L'osservatorio è stato costruito a due chilometri di distanza dal cratere del Vesuvio, in un periodo storico di entusiasmo per la scienza in generale e per gli studi sul magnetismo terrestre in particolare. La storia dell'Osservatorio da allora ad oggi ha alternato momenti di splendore a periodi di declino.

Dopo cinque secoli di quiete, la devastante eruzione del 1631 portò il Vesuvio ad uno stato quasi continuo di attività che indusse già alla fine del XVII secolo alla richiesta di un monitoraggio continuo dei fenomeni per prevederne il comportamento, istanza che venne addirittura promossa dal re Carlo di Borbone. Nel 1767 Giovanni Maria della Torre eseguì attenti studi di declinazioni magnetica e nella prima metà dell'Ottocento il Vesuvio era il sito vulcanico più analizzato al mondo, capace di attirare scienziati da tutto il mondo, tra i quali Charles Babbage, interessato a verificare le sue teorie sulla conduzione del calore. Le accademie scientifiche agli inizi dell'Ottocento chiesero ai vari governi la costruzione di un centro dove poter risiedere e Ferdinando II di Borbone, coadiuvato dal Ministro Nicola Santangelo, esaudì la richiesta, entrambi erano sostenitori dello sviluppo della scienza e della tecnica. Al fisico Macedonio Melloni venne assegnato, nel 1839 l'incarico di fondare l'Osservatorio meteorologico. Fu proprio quest'ultimo ad acquistare gli apparecchi magnetici e meteorologici per il sito prescelto, la Collina del Salvatore che rispondeva ai tre requisiti richiesti da Melloni: "libertà di orizzonte, vicinanza delle nubi, lontananza dalle terre circostanti".

Il 16 marzo 1848 l'Osservatorio fu finalmente consegnato a Melloni il quale, però a causa delle sue idee liberali, dopo i moti del '48 venne sollevato dall'incarico. L'interessamento del geofisico Luigi Palmieri risollevò le sorti dell'Osservatorio che nel 1856 fu completato con la costruzione di una torretta meteorologica. Palmieri realizzò il primo sismografo elettromagnetico della storia con il quale verificò la corrispondenza fra processi vulcanici e sismici. Nel 1862 Palmieri preparò un programma di ricerca costituito da una rete di stazioni di rilevamento di diversi parametri utile per poter in qualche modo anticipare l'attività vulcanica; da quel momento nasce un metodo moderno di indagine. Non mancarono i momenti drammatici per l'Osservatorio e i suoi ospiti, dato che nel 1872 venne circondato da un'ondata di lava e rimase isolato per qualche giorno.

Il successore di Palmieri alla guida del centro fu il geologo Raffaele Matteucci, che occupò le prime pagine dei giornali per un'aspra polemica con Matilde Serao frutto di un equivoco sulle reali intenzioni di Matteucci manifestate durante l'ennesima eruzione. La direzione del centro, peraltro notevolmente in stato di abbandono fu rilevata da Giuseppe Mercalli che tentò di risollevarne lo Stato ma la sua tragica morte interruppe il suo lavoro. Durante la guerra gli Alleati requisirono il centro; dal 1983, durante un culmine del bradisismo flegreo, la sede operativa fu spostata in un edificio pubblico a Napoli, sulla collina di Posillipo. Oggi, la sede operativa di ricerca e sorveglianza è a Napoli, in Via Diocleziano 328, mentre la sede storica sul Vesuvio ospita un Museo vulcanologico nel quale si possono ammirare, tra l'altro, gli antichi strumenti meteorologici e geofisici ideati dagli illustri scienziati che vi hanno lavorato per oltre 150 anni.

L'osservatorio è stato sempre in prima linea nella gestione delle più importanti emergenze sismiche e vulcaniche in Italia. Tra queste, il terremoto Irpino-Lucano del 1980 ed i fenomeni di bradisismo dei Campi Flegrei degli anni '70 e degli anni '80, che portarono nel 1983 all'evacuazione della cittadina di Pozzuoli, con il trasferimento di circa 40.000 abitanti nella nuova cittadina di Monteruscello, appositamente edificata in pochi mesi in un'area priva di strutture urbanistiche, esperienza unica ed esemplare di Protezione civile in Italia.

Prima nave da crociera, in Europa: la "Francesco I"

In Italia le navi a vapore circolavano già a partire dal 1818. La prima nave del genere fu la Ferdinando I: costruita nei cantieri partenopei di Vigliena, salpò da Napoli il 27 Settembre ed inaugurò una stagione di incredibili primati marittimi per i Borboni che si successero nell’amministrazione del Regno delle Due Sicilie. Non fece certo scalpore, quindi, quasi quindi anni più tardi, la costruzione del “Francesco I”, uno dei tanti piroscafi di cui la flotta borbonica si poteva fregiare. Eppure la Francesco I sarebbe entrata nella storia come prima nave da crociera al mondo. Con un po’ di immaginazione, potremmo riuscire a figurarcela: non aveva l’elica, invenzione che cominciò ad essere utilizzata a partire da metà ‘800. Il vapore diventava propulsione grazie al lavoro di due grosse ruote di legno piazzate sui lati della nave, come avveniva per le imbarcazioni che risalivano i grandi fiumi americani.

La Francesco I era quindi un piroscafo, con motore a vapore, e due grosse ruote laterali, in grado di coprire con estrema affidabilità una lunghissima tratta: partenza da Palermo, e scali a Civitavecchia, Livorno e Genova, per fare tappa finale a Marsiglia. Questo nelle intenzioni ordinarie. Perché quanto portò la Francesco I alla ribalta delle cronache internazionali fu ben altro utilizzo. Due anni più tardi fu scelta per intraprendere un viaggio molto particolare. Si pensò alla Francesco I per realizzare un viaggio che avrebbe proiettato la nave nel meraviglioso mondo del turismo. Un’idea che oggi sembra lapalissiana, ma a cui mai nessuno aveva pensato fino ad allora. La straordinaria trovata fu reclamizzata con ogni mezzo allora possibile, in particolare dandole rilievo grazie ad articoli di giornale e cartelloni pubblicitari. Si pensò anche, ennesimo primato, di piazzare pubblicità sulle fiancate dei treni.

La campagna pubblicitaria fu lanciata in ogni Stato Europeo, e la prima “clientela”, selezionatissima, risultò essere di primo piano. Nobili, principi, e autorità rinomate del vecchio continente furono i primi ad imbarcarsi per un viaggio marittimo di puro piacere. I facoltosissimi passeggeri furono, dall’estero, tredici inglesi, dodici francesi, tre russi, tre spagnoli, due prussiani, due bavaresi, due olandesi, un ungherese, uno svizzero, uno svedese, un greco. Si imbarcarono a Napoli il 16 Aprile 1833, pronti ad intraprendere un meraviglioso viaggio con meta Costantinopoli, e fermate intermedie a Taormina, Catania, Siracusa, Malta, Corfù, Patrasso, Delfo, Zante, Atene, Smirne. Città storiche e dalle mille attrattive turistiche: un tour di tutto rispetto, degno procursore delle moderne crociere.

I viaggi d’andata e di ritorno durarono nel complesso tre mesi. Tre mesi nei quali non si ebbe proprio il tempo di annoiarsi, viste le gite organizzate nelle prestigiose località scelte per ormeggiare momentaneamente la Francesco I, e le feste, i balli, e i giochi con i quali si intrattenevano gli illustri ospiti a bordo della nave, durante la traversata. Come testimonia un architetto francese Marchebeus, ospite a bordo, i tre mesi di crociera sulla Francesco I furono scossi da momenti di grossa tensione. Per due giorni infatti la nave subì forti scossoni a causa di un ostinato maltempo. Molti ospiti rintanati nelle proprie stanze in preda al mal di mare, non si accorsero delle preoccupanti “strisce di fiamme fosforescenti” che la nave lasciava sul suo cammino.

Giunti in Sicilia la tempesta si calmò, e la vita a bordo riprese entusiasmo, anche grazie al ballo organizzato in onore del Re di Napoli, giunto a Messina proprio nella giornata in cui la Francesco i vi ormeggiò. Il viaggio riprese, tra le mete su citate, fino a giungere a Costantinopoli, dove si scrisse di un sultano affacciato ai propri appartamenti, che, binocolo alla mano, esprimeva la propria ammirazione per la bellezza della Francesco I in avvicinamento.

Al ritorno a Napoli, avvenuto il 9 agosto dello stesso anno, dopo 112 giorni di crociera, lo stesso architetto Marchebeus annotava: “Riassumendo, la prima crociera turistica che sia stata fatta, data l’epoca in cui ebbe luogo, per le persone che vi presero parte, pel programma-itinerario, per gli svaghi brillanti che l’accompagnarono, malgrado qualche inconveniente, può benissimo far dire: non si fa meglio oggi“.

Altre cronache dell’epoca riportano pareri positivi sulla prima nave da crociera al mondo (o meglio, sul primo piroscafo convertito in nave da crociera). Si mettevano in evidenza, a prescindere dai fattori estetici, le caratteristiche tecniche della nave, in grado di raggiungere velocità elevatissime grazie ai 120 cavalli in dotazione al motore. Tantissimi, se paragonati agli 80 dei francesi, e ai miseri 25 dei piemontesi.

Non a caso l’anno successivo la Francesco I realizzò un viaggio da Napoli a Palermo in tempi record. Passeggeri eccellenti: il sovrano Ferdinando II e la sua signora Maria Cristina di Savoia. Tempo della traversata: un giorno. Siamo in linea con i tempi dei moderni traghetti. Il viaggio fu talmente rapido che Ferdinando II, al suo arrivo, trovò i siciliani ancora intenti nei preparativi per il suo arrivo, impensabile il giorno successivo alla partenza.

Marittima (Castellammare di Stabia ecc)

Il cantiere navale di Castellammare di Stabia, già Regio Arsenale, è la più antica fabbrica di navi intesa in senso moderno. Venne realizzata e inaugurata al tempo dei Borbone di Napoli poi sovrani del Regno delle Due Sicilie. Per l'aumentata mole delle navi da guerra, diventati inadatti gli scali dell'Arsenale di Napoli alle grandi costruzioni, questo cantiere venne fondato nel 1783 da Giovanni Edoardo Acton, primo ministro del re Ferdinando IV. Acton si proponeva di costruirvi dodici vascelli, altrettante fregate e cento legni minori.

Dalla Francia fu chiamato l'ingegnere Antonio Imbert a dirigere le costruzioni. La prima costruzione fu il vascello Partenope varato nel 1786. Nel solo periodo dell'antico Regno, cioè dal 1734 al 1860, furono costruite 136 unità fra vascelli, fregate, corvette, sciabecchi, nonché pirofregate, avvisi a ruote e ad elica. Inoltre 300 unità minori (cannoniere, bombardiere, speronare).

Per quanto si lavorasse nel cantiere era impossibile fabbricare contemporaneamente più di un vascello e di una fregata, per cui dopo il 1808 il cantiere venne ingrandito, per ordine di Gioacchino Murat. Il primo varo nel cantiere così ingrandito, fu quello del vascello Capri nel 1810, segui il Gioacchino nel 1812, dopo il quale bisogna aspettare al 1824 per trovare un altro varo, quello del vascello Vesuvio.

Un'attività speciale ebbe il cantiere quando vennero in uso le navi a vapore. Dal 1841 al 1846 il cantiere costruì quattro pirocorvette: Archimede, Carlo III, Ercole e Sannita. Quando alla dinastia borbonica successe il governo di Garibaldi erano in costruzione la pirofregata Farnese in seguito ridenominata Italia, la pirocorvetta Etna e in allestimento la pirofregata Borbona in seguito Giuseppe Garibaldi varata il 18 gennaio 1860.

Il nuovo secolo portò un progresso tecnologico che si concretizzò in migliori infrastrutture di collegamento dell'area dei cantieri con il centro cittadino: fra il 1906 e il 1946 gli stessi furono serviti della tranvia Castellammare di Stabia-Sorrento. Senza dubbio la nave maggiormente rappresentativa di questo cantiere è l'Amerigo Vespucci varato nel 1931.

Nel 1939 venne fondata la società Navalmeccanica con sede a Napoli che incorporava le società Officine & Cantieri Partenopei, il Cantiere di Vigliena, le Officine Meccaniche e Fonderie (ex Hawthorn e Guppy), ed il Cantiere navale di Castellammare di Stabia. Nel corso della seconda guerra mondiale nel cantiere vennero eseguite per la Regia Marina, come alcune corvette Classe Gabbiano e l'incrociatore leggero Giulio Germanico. Nel 1943 le attrezzature erano quasi completamente distrutte e nel dopoguerra venne iniziata l'opera di ricostruzione dei cantieri.

La prima importante realizzazione del dopoguerra per la Marina Militare fu il recupero il Giulio Germanico che sorpreso dall'armistizio mentre stava completando le fasi di allestimento venne catturato dai tedeschi che l'autoaffondarono insieme alle corvette che erano in allestimento, quando furono costretti ad abbandonare la città. Dopo essere stato recuperato, l'incrociatore fu ricostruito come cacciatorpediniere e ribattezzato San Marco (D 563). Entrò in servizio nel 1956.

Nel 1955 la società Bacini & Scali Napoletani venne assorbita della Società Esercizio Bacini Napoletani che era stata fondata nel 1954, uscendo così da Navalmeccanica. A partire dalla seconda metà degli anni cinquanta la società ricevette varie commesse militari e negli stabilimenti di Castellammare di Stabia vennero realizzate tre delle quattro corvette della Classe Alcione, prime unità di scorta costruite in Italia nel dopoguerra e tre delle quattro fregate elicotteristiche della Classe Bergamini, mentre negli anni sessanta sono avvenute le realizzazioni degli incrociatori lanciamissili portaelicotteri Caio Duilio e Vittorio Veneto.

Nel 1966 con il riordino del settore cantieristico, il 22 ottobre venne fondata la società Italcantieri facente parte del gruppo IRI con sede a Trieste. La nuova società integrava le attività cantieristiche già facenti capo all'Ansaldo di Genova, ai Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Trieste e alla Navalmeccanica di Napoli. L'ultima realizzazione per la Marina Militare fu il cacciatorpediniere Ardito varato nel 1972 che fu anche l'ultima unità militare italiana a vapore.

L'Italcantieri, nel 1984, venne totalmente inglobata nel gruppo Fincantieri che da holding finanziaria, delle partecipazioni statali assumeva direttamente in proprio l'attività operativa delle società che prima controllava. Dopo un periodo di crisi durante gli anni ottanta, questi cantieri hanno continuato la costruzione di navi, soprattutto navi traghetto. Malgrado negli ultimi anni siano stati svolti grossi lavori di ammodernamento i cantieri di Castellammare rientrano nel piano industriale che prevede la chiusura di due siti e il licenziamento di 2.500 esuberi.

A fine luglio 2017, sono iniziati i lavori di costruzione della nuova Nave d'assalto anfibio della Marina Militare, il Trieste, che avrà un dislocamento di 33.000 tonnellate per 250 metri di lunghezza e 38 di larghezza, detenendo così il titolo di più grande nave militare italiana della storia Repubblicana.

Estrattiva e chimica (Ferdinandea ecc)

Il sud disponeva dell’importantissima produzione dello zolfo siciliano, che nella prima metà dell’800 copriva il 90% della produzione mondiale e da sola assorbiva il 33% degli addetti di tutta l'industria estrattiva italiana. Nel 1836 si contavano 134 zolfare attive che coprirono i due terzi delle esportazioni chimiche d’Italia, anche dopo l’unità.

Non si dimentichi che la chimica industriale dell’800 era quasi del tutto basata sullo zolfo, specialmente l'industria degli esplodenti per le armi. Lo zolfo siciliano quindi aveva un rilevante valore strategico mondiale, tant’è che faceva gola anche all’Inghilterra. L'acido solforico veniva utilizzato per la fabbricazione di esplosivi e di concimi ma non solo. Le miniere avevano però processi industriali inadeguati con sfruttamento di lavoro minorile (lo sfruttamento era comunque comune a tutta Europa). Il prezzo poi dello zolfo era una vera e propria “roulette”. Gli inglesi si erano assicurati il ritiro di quasi tutto lo zolfo prodotto a prezzi bassissimi rincarandolo poi del 100%.

A prezzi così alti la ricerca di una via alternativa alla produzione dell’acido solforico prese il via. Era il secolo della chimica e non ci misero molto a scoprire che l'acido solforico poteva essere ottenuto dall'anidride solforosa che si libera durante il trattamento a caldo dei solfuri metallici, piriti (solfuro di ferro), dei solfuri di zinco (blenda) e di piombo (galena). Il colpo finale venne dalla scoperta di giacimenti quasi puri nel sottosuolo degli stati americani che si affacciano sul Golfo del Messico. Lo Zolfo siciliano oltre che per l’industria chimica era importante per la disinfestazione della vite (Solfato di Rame) che aveva subito a metà secolo duri attacchi da oidio (malattia causata da funghi), filossera poi peronospora (1879).

Un tentativo fatto da Ferdinando II nel 1836 di cedere lo zolfo ai francesi al prezzo giusto si rivelò foriero di disgrazie. Gli inglesi tentarono prima con le corti internazionali di giustizia per rottura contratto poi con le più efficaci cannoniere in porto a Napoli. Gli inglesi riebbero il loro contratto con il risarcimento per il mancato guadagno e i francesi altrettanto per quello che avrebbero perso in futuro!!!!. Si disse che l’Inghilterra se la legasse al dito ricambiando la cortesia nel 1860 a Garibaldi in porto a Marsala.

A Napoli e dintorni sorsero fabbriche di amido, di cloruro di calce, di acido nitrico, di acido muriatico, di acido solforico ed infine di colori chimici; le risorse del sottosuolo (zolfo, ferro, bitume, marmo, pozzolana, carbone) erano sapientemente sfruttate a livello industriale. Erano presenti anche fabbriche per candele e fiammiferi, le prime avevano una composizione chimica all’avanguardia che permetteva di fornire una luce vivida, non tremolante, senza spandimento di fumo, per questi motivi andarono ad illuminare anche il teatro lirico S. Carlo.