POLIZZINI SULLA FEDE DI CREDITO

Nella seconda metà del Cinquecento il mondo finanziario italiano viene sconvolto dal fallimento di numerosi banchieri privati, soprattutto genovesi, ma che operavano in tutta la penisola. Ciò produce una inversione di tendenza nella clientela, stimolata a rivolgersi verso istituzioni con immagine di maggiore solidità: i banchi pubblici.
All’epoca, la funzione fondamentale svolta dalle istituzioni bancarie è data dalla custodia del denaro. Pertanto i depositi apodissari erano il servizio fondamentale offerto da questi alla clientela. Deposito inteso da entrambe le parti come un vero e proprio servizio e che pertanto non generava alcuna corresponsione di interesse essendo nella custodia medesima del denaro l’interesse preminente della clientela. Il ricorso al deposito bancario nelle regioni che costituivano il Regno delle due Sicilie, facente parte dei domini spagnoli di Carlo V, era già imponente, grazie anche all’elevato livello di fiducia riscosso dalle istituzioni bancarie dello stato. Conseguenza di ciò era la notevole diffusione di bancali quali ricevute rilasciate ai depositanti all’atto del versamento di somme, siano esse rilevanti oppure modeste. Spesso tali titoli di credito acquisivano maggiore flessibilità operativa al divenire trasferibili da persona a persona per mezzo di successive girate.
In questo contesto storico e finanziario, verso la seconda metà del Cinquecento appare una novità importantissima: l’emissione da parte dei banchi pubblici di un nuovo titolo di credito, la fede di credito, trasferibile mediante girata. Su di esso, a differenza dagli altri titoli rappresentativi di depositi, il girante può apporre indicazioni in merito alla causale del pagamento a copertura del quale egli cede il titolo, ponendo anche specifiche condizioni alle quali subordinare il pagamento medesimo. Per mezzo della fede di credito, dunque, le banche napoletane realizzano due funzioni: offrono alla clientela un servizio di verifica dell’adempimento delle condizioni contrattuali alle quali viene subordinato un pagamento e introducono nel sistema economico meridionale un titolo di credito trasferibile illimitatamente da persona a persona tale da svolgere tutte le funzioni concrete proprie della cartamoneta.
La fede di credito nasce nei banchi pubblici napoletani verso la metà del XVI secolo. E’ un titolo nominativo per mezzo del quale si attesta l’avvenuto deposito di numerario da parte di enti pubblici e privati. Viene emesso per un importo minimo pari a 10 ducati, trasferibile mediante girata, e consente di apportare l’indicazione della causale del trasferimento, che poteva essere sospeso ed attuato solamente dopo che si fossero verificate determinate condizioni in esso indicate: corrispondeva al beneficiario dimostrare di aver adempiuto alle condizioni imposte.

Al suo apparire questo documento non ebbe immediata diffusione: il suo uso fu limitato ai depositi giudiziari ed ai pagamenti condizionati. Ma nella seconda metà del secolo XVI il Banco dei Poveri apportò una modifica sostanziale: l’importo riportato sulla fede di credito, sino ad allora costante, divenne variabile poiché fu data la possibilità al depositante di far annotare sul titolo medesimo ulteriori operazioni di versamento o prelievo.
La più antica fede di credito conosciuta risale al 1569 ed è conservata nell’archivio storico del Banco di Napoli: fu emessa dal Sacro Monte della Pietà il 23 dicembre 1569 per un importo pari a 60 ducati.

I prelievi venivano effettuati mediante ordini di pagamento chiamati polizze, o polizzini nel caso di importi più modesti, che potevano essere a favore del depositante o di terzi. La polizza, in questo modo, assume il ruolo del moderno assegno trasferibile. Al momento in cui viene presentata alla cassa per essere riscossa la polizza viene chiamata notata in fede: produce infatti una annotazione sulla fede stessa che, a sua volta, con la denominazione di madre fede, assume i connotati fondamentali del moderno conto corrente. L’iniziativa fu così rilevante e riscosse tale successo presso la clientela che nell’arco di pochi decenni questo sistema fu adottato da tutti i banchi pubblici napoletani.

Tale successo fu anche favorito dalla natura di atto pubblico riconosciuta alla fede di credito: infatti il 27 giugno 1580 il viceré De Zuñica redige una prammatica nella quale si stabilisce che la medesima costituisce atto probatorio e che, pertanto, come tale debba essere riconosciuta dai tribunali. Coerentemente a tale disposizione, i polizzini venivano accettati dagli uffici pubblici per il pagamento di imposte e di ogni altra tassazione dovuta all’erario.

“Considerata tanta semplicità, comodità e sicurezza, non c’era quasi pagamento che privati, amministratori e persino lo Stato non facessero per mezzo dei banchi con fedi di credito, polizze e polizzini” (da L’archivio Storico del Banco di Napoli). Questa comodità era tanto maggiore poiché il possessore di fedi di credito, o delle polizze da esse derivate, poteva presentarle all’incasso anche presso “sportelli” di banche diverse da quella emittente. Per questa operatività, così avanzata per l’epoca, i banchi napoletani possono a buon diritto essere considerati i precursori della banca moderna, così come la fede di credito è a tutti gli effetti il precursore del conto corrente.

La grande potenzialità dello strumento, obbligava i banchi ad una estrema scrupolosità non solamente nell’effettuare i pagamenti ai quali erano tenuti in base alle disposizioni contenute nelle fedi di credito e nelle polizze, ma anche nel verificare il rigoroso compimento delle condizioni specificate nelle bancali medesime, alle quali poteva essere subordinato il pagamento. “Il banco era tenuto d’assicurarsi della esatta osservanza delle condizioni, e lo faceva con la massima celerità e solerzia, commettendo ad un pubblico notaio al suo servizio, detto pandettario, di leggere queste girate, e di permettere ai cassieri che il titolo fosse pagato solamente dopo essersi accertato, mediante firme per quietanze, ovvero attestati di persone di sua fiducia, ovvero documenti, che non ci fosse difficoltà, e in caso di contestazione, rispondeva il pandettario per i titoli malamente pagati” (da E. Tortora, Nuovi documenti per la storia del Banco di Napoli).

L’obbligo per i banchi di rispettare alla lettera le condizioni descritte sulle polizze nella loro accettazione e pagamento è molto chiaramente prescritto da una prammatica, nella quale si ordina e comanda “a tutti li banchieri e banchi pubblici, esistenti tanto in questa fedelissima città come in qualsivoglia altra del presente regno, che da qua in avanti, in modo alcuno non debbano, né ciascuno di essi debba ricevere, né pagare, né far pagare nel suo banco polizza alcuna a compimento di maggior somma, se non fosse stata soscritta dal creditore a beneficio di chi va la polizza; e non sapendo quello scrivere, che si abbia da fare di mano di notaio pubblico, con la sua soscrizione; sotto pena ai contravvegnenti di ducati mille per ciascheduna volta, da applicarsi per le due terze parti al Regio Fisco e per l’altra all’accusatore. E di più, quando si trovasse polizza accettata, senza detta firma, vogliamo e comandiamo che non tenga alcun vigore, ma solo serva per lo pagamento reale ed effettivo, che per detta polizza si facesse” (De Nummulariis, 31 marzo 1603).


Nell'emissione di una fede di credito intervenivano numerose soggetti

Il cliente si presentava alla cassa del Banco ove il cassiere accettava il denaro contante che gli veniva versato, conteggiandolo e registrando gli estremi del versamento nello squarcio (prima nota), nel libro degli introiti particolari ed in quello degli introiti generali. Il cassiere portava questo ultimo libro al fedista che compilava la fede di credito in base all’ammontare versato ed alle condizioni indicate dal depositante. La fede di credito così compilata tornava al cassiere, il quale precisava e sottoscriveva di suo pugno l’ammontare della somma depositata. La bancale veniva quindi sottoposta all’aiuto fedista, il quale apponeva su di un lembo ripiegato e fissato con ostia un bollo a secco con l’emblema del banco emittente e restituiva, quindi, la fede di credito al cassiere, il quale apponeva la sua firma in corrispondenza del bollo a secco, precisando anche il numero della pagina del libro maggiore nella quale veniva riportato il conto del cliente, e finalmente consegnava al cliente la fede di credito. Anche il fedista registrava su di un secondo libro di introiti generali l’importo della fede di credito emessa. Questa duplicità di registrazione era finalizzata a rendere più facile l’operazione giornaliera di riscontro, oltre a rendere più sicura e garantita l’intera operatività; operazione effettuata presso l’ufficio chiamato ruota, al quale venivano consegnati a fine giornata i due libri degli introiti generali in base ai quali si procedeva ad aggiornare il libro maggiore dei creditori, ove vi era l’elenco ed il dettaglio dei conti accesi dai depositanti.

Per la sua riscossione, il beneficiario della fede di credito o di una polizza si recava all’ufficio ruota, dove consegnava la bancale, debitamente sottoscritta, all’ufficiale addetto alla pandetta: così veniva chiamata la rubrica nella quale erano elencati tutti i nominativi dei clienti abbinati agli estremi necessari per ricercare sul libro maggiore i dati contabili relativi ai depositi accesi. Questi trascriveva sul titolo gli estremi del conto acceso e consegnava lo stesso al pandettario, il quale ne verificava l’autenticità e la correttezza. Qualora ve ne fossero, il pandettario verificava anche il compimento scrupoloso delle condizioni specificate sulla bancale ed alle quali era subordinato il pagamento. Comprovata la regolarità del titolo, il pandettario apponeva il suo visto buono e trasmetteva la fede di credito o la polizza all’ufficiale del libro maggiore, il quale verificava l’effettiva copertura della bancale, che certificava apponendo di suo pugno la dicitura “bona” sul titolo, dopo aver addebitato il medesimo sul libro maggiore. Quindi la bancale veniva restituita al pandettario, il quale disponeva il pagamento della stessa, apponendovi sopra la dicitura “pagate la somma di...” e la data dell’operazione. Il pandettario consegnava il titolo al portiere della ruota, il quale lo consegnava al cassiere che provvedeva al pagamento.

Quale costanza dell’avvenuto pagamento, il cassiere tracciava sulla bancale due lunghe linee longitudinali e quindi provvedeva ad archiviare il titolo formando pile traversate da un cordino per mezzo del quale venivano appese in archivio. Per questa ragione le fedi di credito e le polizze generalmente presentano una lacerazione centrale, causata dal passaggio dello spago. Queste pile di bancali “infilzate” con lo spago venivano chiamate filze. Successivamente le bancali estinte furono conservate in volumi rilegati. Poiché quasi tutti i banchi del Regno delle Due Sicilie confluirono all’inizio del XIX secolo nel Banco di Napoli, praticamente gran parte delle fedi di credito e delle polizze emesse durante oltre tre secoli sono confluite nell’archivio del Banco di Napoli che, pertanto, conta con una collezione di circa un miliardo di titoli estinti, di gran lunga la più grande collezione di documenti bancari esistente al mondo.

Il possessore di una fede di credito, oltre a cederla mediante girata, poteva riscuoterla oppure convertirla in una nuova fede o accreditarla su altra fede in suo possesso, sempre presso il Banco emittente. Tecnicamente, infatti, non era possibile riscuotere la bancale presso un banco diverso da quello emittente.
L’obbligo di incassare la fede di credito presso il Banco emissore era nato dalla volontà di impedire abusi, sebbene tale disposizione fosse più volte disattesa per l’estrema comodità che presentava per la clientela l’accettazione che di fatto aveva la bancale presso qualunque banco: proprio tale accettazione così ampia fu, al contrario, una delle motivazioni fondamentali del successo delle fede di credito. Obbligo più volte ribadito ed ancora riaffermato nel 1635 da una ordinanza del Viceré Monterej, dove si afferma “che nessun officiale [...], libro maggiore, pandettario e cassiere, ardisca né presuma di scrivere, né fare scrivere nel suo libro di introito, qualsivoglia somma, per minima che sia, come introitata nella cassa del Banco, né darne credito a qualsivoglia persona, di qualsivoglia grado o condizione si sia, se non allora quando con effetto sarà entrato il denaro in una cassa del Banco, in contanti, nonostante che per loro riscontro si consegnasse fede di credito o polizza per altro banco” (ordinanza del 22 giugno 1635). Forse, nonostante le disposizioni ed ordinanze, vi era un tacita tolleranza da parte delle autorità alla pratica di incasso delle fedi di credito e delle polizze presso banchi diversi da quello emittente, per le interessanti opportunità di stimolo finanziario che tale prassi offriva. Si giunge, infatti, ad una precisa codificazione di norme per agevolare tale interscambio di bancali, creandosi una vera e propria stanza di compensazione. L’operazione di compensazione veniva chiamata riscontrata e veniva effettuata periodicamente da un ufficiale del Banco, il riscontratore, il quale visitava gli altri banchi allo scopo di conguagliare le bancali reciprocamente accettate e pagate.

Durante tutto il XVII secolo la fede di credito, con le sue polizze e polizzini, s’impone e si diffonde su tutti i mercati finanziari del Regno delle Due Sicilie per realizzare ogni forma di pagamento o anche di semplice trasferimento di capitali, occasionalmente andando anche oltre i confini del regno. Tale strumento finanziario fu stimolo allo sviluppo economico, così come, a sua volta, lo sviluppo economico fu stimolo per una ulteriore crescita nell’impiego delle fede di credito e per una più ampia diffusione dell’attività dei banchi pubblici, in contrapposizione a quella dei banchieri privati che, invece, era prevalente nelle altre regioni italiane. Prova dell’importanza della fede di credito è il fatto che in tale area geografica ha potuto sopravvivere sino ai giorni d’oggi ed anche altri strumenti finanziari, di concezione ben più recente, hanno avuto difficoltà a soppiantarne l’impiego. Grazie a questo strumento, la banca napoletana del secolo XVII acquista un posto preminente nella storia del sistema bancario occidentale, anticipando di almeno due secoli lo sviluppo di numerosi strumenti finanziari.

 

Evoluzione della fede di credito

Il successo indiscusso della fede di credito ha fatto sì che tale strumento rimanesse praticamente inalterato durante circa tre secoli, dal suo apparire sino all’unificazione italiana. L’evoluzione più evidente che può osservarsi è legata alle caratteristiche fisiche del supporto cartaceo della bancale. Su questa base, possiamo distinguere i seguenti periodi:

 

Periodo arcaico (dal XVI° secolo alla metà del ‘600)

La fede di credito viene stilata totalmente a mano su carta filigranata, munita di bollo a secco raffigurante l’emblema del banco emittente. L’intestazione della bancale inizialmente è semplice, ma nell’ultima metà del XVII secolo l’intestazione della bancale diventa progressivamente sempre più elaborata e complessa allo scopo di scoraggiare le falsificazioni. Viene emessa da tutti i Banchi dell’epoca, sia pure a partire da momenti diversi. La più antica fede conosciuta risale al 1569 ed è stata emessa dal Sacro Monte della Pietà e, presumibilmente, la sua creazione va attribuita a questo antichissimo Banco. Le fedi di credito del periodo arcaico non si differenziano, nel loro aspetto grafico, da altri documenti notarili dell’epoca. Sono sostanzialmente simili a lettere e riportano in calce un bollo a secco nel quale viene raffigurato lo stemma del Banco emittente.  

I Banchi emittenti sono i seguenti:

  • Sacro Monte della Pietà, sorto nel 1539;
  • Banco de’ Poveri, sorto nel 1563;
  • Banco Ave Gratia Plena o dell’Annunziata, sorto nel 1587;
  • Banco di Santa Maria del Popolo, sorto nel 1589;
  • Banco dello Spirito Santo, sorto nel 1590;
  • Banco di S. Eligio, sorto nel 1592;
  • Banco di S. Giacomo, sorto nel 1597;
  • Banco del Salvatore, sorto nel 1640.

 

Periodo classico (dall’inizio del ‘700 al 1806)

Durante tutto il secolo XVII, la fede di credito godette di un successo crescente, tanto che ben presto questo strumento finanziario fu copiato da molte tra le principali Banche del Mediterraneo. Proprio l’incremento della sua diffusione fu alla base dell’evoluzione che si produsse all’inizio del secolo XVIII. Le modalità della sua stesura ed uso, restarono immutate. La Fede di Credito continuò ad essere emessa da sette dei otte Banchi del secolo precedente: Banco della Pietà, Banco de’ Poveri, Banco di Santa Maria del Popolo, Banco dello Spirito Santo, Banco di S. Eligio, Banco di S. Giacomo e Banco del Salvatore. Il Banco Ave Gratia Plena, infatti, fallì nel 1702. Nella prima metà del ‘700, l’intestazione della bancale venne realizzata a stampa, imitando quella compilata a mano del periodo precedente: gli arabeschi che la ornano diventarono ancor più complessi ed intrecciati, sino ad essere quasi illeggibili. Inoltre, sul titolo si appose un bollo ad olio con le iniziali o il simbolo del Banco emittente, allo scopo di rendere ulteriormente più difficile la falsificazione della bancale; il medesimo bollo appare anche su polizze e polizzini.