BONIFICA DEI REGI LAGNI

Il gran numero di canali che raccoglievano le acque piovane e sorgive tra Nola e la foce del fiume Volturno, sin dagli inizi del XVI secolo hanno preso il nome di Regi Lagni. Il canale principale di questo bacino idrografico, che partiva dal Ponte delle Tavole presso l’abitato di Marigliano ricollocandosi dopo un’ampia ansa intorno ad Acerra al centro della piana campana, corrispondeva al corso del Clanio, un solco torrentizio che sin dall’antichità era di impedimento alle comunicazioni tra la costa e l’entroterra, specialmente nei mesi invernali. Già in epoca augustea i centri abitati lungo il suo corso erano spesso minacciati dalle inondazioni, tanto da considerare Liternum, circondato dalle acque stagnanti, un ignobilis vicus. I devastanti effetti sulla piana dovettero accentuarsi notevolmente durante il medioevo per l’abbandono delle campagne, e proprio il corso del Clanio fu identificato con i confini settentrionali del ducato napoletano. Solo in epoca normanno-sveva ed angioina saranno avviati una serie di timidi interventi tesi a restituire all’agricoltura la Campania Felix eternata dagli autori classici, flagellata oramai dalle inondazioni e dalla malaria. Un diploma del 1311 di Roberto d’Angiò al Giustiziere di Terra di Lavoro, rappresenta in questo senso il primo tentativo di risolvere i problemi di ristagno delle acque del Clanio, causati dal percorso lungo e tortuoso (il canale iniziava presso Nola e proseguiva nei territori di Marigliano, Acerra, Afragola, Caivano, Crispano, Cardito, Melito, Airola, Capodrise, Marcianise e Trentola, confluendo attraverso il Vena nel bacino del Patria, e di qui sino al mare), ma  soprattutto  dalla  humana  malitia.

La consuetudine, consolidatasi per secoli, di riversare nelle acque i residui della lavorazione della canapa e del lino ne aveva infatti ostruito in più punti il naturale deflusso, causando frequenti inondazioni nelle stagioni più piovose e fastidiosi ristagni in estate. La questione fu nuovamente affrontata dalla prima metà del XV secolo, nell’ambito degli interventi di pianificazione territoriale intrapresi dai sovrani aragonesi per la bonifica dei terreni paludosi nell’ottica dello sfruttamento delle vie d’acqua e del potenziamento degli sbocchi sul mare per l’approvvigionamento e la difesa delle città intorno alla capitale. In questo senso, particolarmente interessanti appaiono i progetti per il riassetto del bacino del Clanio attraverso la pulitura  degli  alvei, l’innalzamento degli argini e la creazione di nuovi canali di scolo, e per il recupero del Volturno in prospettiva di una sua navigabilità sino a Capua, considerata unitamente a Nola caposaldo del sistema difensivo intorno alla città di Napoli. Tuttavia, nonostante gli sforzi intrapresi dai tecnici reclutati dai sovrani aragonesi, ancora alla metà del secolo successivo i problemi dovevano essere ben lungi dall’essere risolti, tanto che nel 1544, malo ayre che dona la palude, il vicerè don Pedro de Toledo intervenne con la realizzazione di qualche ponte e del nuovo Lagno della Pietra. Solo alla fine del secolo fu deciso di intervenire drasticamente sul risanamento idraulico delle pianure a nord della capitale su iniziativa del vicerè Juan de Zuniga. Nei primi mesi del 1589 un gran numero di tecnici fu infatti incaricato di rilevare l’intero percorso dei lagni, poi riportato in un unico disegno da Mario Cartaro, in modo da poter avviare la prima fase dei lavori, diretti da Rinaldo Casale e supervisionati dal regio ingegnere Benvenuto Tortelli: entro la metà del 1594 furono così allargati i lagni principali, migliorato il percorso del Clanio presso Acerra, rinforzati gli argini tra Carbonara e Casolla e rifatti numerosi ponti.

Alla morte del Tortelli (nel novembre del 1594), la supervisione delle opere fu affidata a Domenico Fontana, nominato Ingegnere Maggiore un paio di anni prima e già più volte presente in Terra di Lavoro, promotore di un intervento assai più ambizioso rispetto a quello del predecessore. A causa della scarsità dei finanziamenti, la seconda fase dei lavori (1595-1599) dovette proseguire molto lentamente, tanto che l’architetto di Sisto V fu costretto a ridimensionare il progetto rinunciando al rifacimento di ben sei lagni tra Nola e Marigliano e, soprattutto, alla foce diretta che avrebbe disimpegnato il Patria. Dai primi anni del secolo successivo, comunque, nuovi fondi stanziati dai vicerè Fernando Ruiz de Castro e Francisco de Castro (1599-1603) permisero il definitivo avvio dell’ambizioso programma con la realizzazione dei nuovi controfossi, l’allargamento, lo scavamento e la rettifica del lagno mastro, l’adeguamento dei  lagni  secondari e soprattutto, la creazione della foce artificiale.

Nonostante  un  nuovo rallentamento delle operazioni determinato dalla austera politica economica del vicerè Pimentel de Herrera (1603-1610), dalla morte di Domenico Fontana (sostituito dal figlio Giulio Cesare) e soprattutto, da contenziosi sorti dopo una serie di ispezioni, alla fine del 1609 i lavori di bonifica poterono considerarsi conclusi, così come parzialmente rappresentato nella pianta Campaniae Felicis Typus, incisa da Alessandro Baratta e pubblicata nel 1616, se si escludono limitati interventi “di completamento” durante il viceregno di Pedro Fernandez de Castro (1610-1616). Nonostante la prammatica emanata nel 1615 sul contenimento dell’industria del lino e della canapa e l’aumento dei controlli da parte delle autorità, dal secondo quarto del secolo si resero necessari una serie di restauri alle nuove opere, realizzati in gran parte sotto la supervisione di Bartolomeo Picchiatti. Tuttavia, già agli inizi del XVIII secolo, il delicato equilibrio idraulico dei lagni doveva oramai essere nuovamente compromesso, e nella quasi totalità dei centri lambiti dai canali, l’aria risultava irrespirabile a causa dell’intensificarsi dell’attività manifatturiera, avallata dagli stessi feudatari che vedevano comunque rappresentati i propri interessi nella Giunta.

La pianta, ripresa da un disegno di Mario Cartaro (cfr. V. Valerio, Un’altra copia manoscritta dell’Atlantino’ del Regno di Napoli, in “Geografia”, I (1981),  pp. 39-46; G. Fiengo, op. cit., pp. 85 e sgg.), è in G. Barrionuevo, Panegyricus Ill.mo et Ex.mo D.no Petro Fernandez a Castro…, Neapoli 1616.