ECONOMIA E INDUSTRIA NEL REGNO DI NAPOLI (1839)

Da un articolo del barone Durini in “ Annali civili del Regno delle Due Sicilie”, Napoli 1839, vol. XIX, pp. 13-18.

 

Questi non furono che avviamenti e principi delle sulle quali Ferdinando II vide per sua opera sorgere in anni il colosso dell'industria presente. Si moltiplicarono le fabbriche, s'ingrandirono i lavori: in ogni manifattura si contarono a più centinaia i lavoratori; si videro fonderie di ferro, cartiere, zucchero di barbabietole: le seterie di S. Leucio quelle del signor Matera, i panni di Sava, di Polsinelli, di Zino' le bambagine di Egg, di Scafati, dell'Imo; i cuoi, i guanti noti solo bastarono al nostro bisogno, ma ne vendemmo a' forestieri. (...)

Spiegata una carta dell'Italia, vedremo che il Regno di Napoli stassi come un capo che largamente avanzasi ne' mari Adriatico, Ionio e Tirreno, che formano parte del Mediterra­neo; che da un sol lato attaccasi al rimanente d'Europa, e ne forma come un ramo distaccato che avanzasi ad oriente ed a mezzogiorno. Il mare dunque ne cinge quasi per ogni dove, e dopo questo non largo mare incontransi l'Albania, l'Illirio, la Grecia, il lido dell'Asia e le coste dell'Africa, Schiavoni, Tur­chi, Beduini. Siamo dunque a' confini del mondo incivilito, e dopo noi vengono popoli o incolti o barbari che sicuramente non vorranno de' nostri squisiti lavori, contenti di grossolani e vili, e che dal solo basso prezzo lasciansi allettare. In tal situazione a chi venderemo le nostre manifatture? E potremo sperare che quelle nazioni che son già potenti nelle arti vor­ranno comprar da noi ciò che esse vendono a tutto il mondo? (...) Per siffatte ragioni vedesi apertamente quali insuperabili ostacoli si oppongano all'ingrandimento delle nostre manifat­ture e come saremo forzati di rinunciare a quelle lusinghiere speranze di cercare in esse e ricchezza e potenza.

Non vorremo però iscoraggiar ne avvilire. Se le nostre ma­nifatture non sapranno direttamente arricchirci, potranno ben farlo con francarci di pagare agli esteri il nostro oro, e cosi col risparmio accrescere le nostre ricchezze, che il risparmio è la più facile strada di arricchire sicuramente, e noi con esso conserveremo quelle dovizie delle quali tanto ci fu generosa natura.

Supplire a' nostri bisogni, francarci di comprare dagli esteri, tale debb'essere lo scopo delle arti nostre. Indi è che le gran­diose e magnifiche fabbriche male a noi si convengano; anzi, veramente più vantaggiose ci saranno le modeste ed economiche. Che se pure alcune grandiose ne vorremo, non sa­premmo consigliarne altre che quelle della seta e del cotone» perché noi siamo ricchi di tali generi, ed invece di estra» grezzi, potremmo farne di bei lavori che, per il basso prezzo delle materie prime sostenendo la concorrenza colle forestiere, nOi saran per recarne utilità e vantaggio. S'ingrandiscano esse sole dunque, e le altre tengansi a livello delle necessità nostre, nulla sperando dagli esteri. La copia del nostro olio potrebbe consigliare ancora d'ingrandire le saponerie, siccome l'uso di uccidere gli agnelli e capretti di estender l'arte de' guanti e delle corde di minugia che già vendiamo a' forestieri. Dunque moderazione, giudizio, convenienza deggiono esser le guide e le norme delle nostre manifatture, se vorremo per esse acqui­stare ricchezze.

Or dall'industria volgendo il discorso all'agricoltura, ad al­tre considerazioni essa ci chiama. La natura, negandoci l'oro e l'argento delle miniere, ci fu larghissima in feracità di terre, in dolce temperatura di clima ed in ordinato corso di stagioni. (...) La verità però ne costringe a confessare che, a paragone delle manifatture, trovasi molto al disotto la coltivazione de' nostri campi. Né vorremo maravigliarcene. La vita rustica, i lavori faticosi della campagna, le cure agrarie, gli stenti della vita de' pastori, non hanno certo quegli allettamenti che ci chiamano ad abitar le città: gli agi, le distrazioni, i piaceri delle numerose Società fanno aborrire quel viver solitario e stentato; vediamo quindi a folla i nostri villici abbandonar le campagne per correre alle arti, a' mestieri, ed anche alla servitù dome­stica; e quindi insuperbire del novello stato come più nobile e dignitoso, e credersi così da più del contadino che rimanesi avvilito e disprezzato. E questo stato di avvilimento e disprezzo in cui vediamo starsi l'uom di contado è un male gravissimo, anzi il maggior torto che possa farsi alla buona agricoltura ed alle sue produzioni.

Pur non ostante tutto ciò, lieti osserviamo quanto in pochi anni siasi la nostra agricoltura migliorata. Già scorgiamo sor­gere novelli boschi, moltiplicarsi l'olivo ed il gelso, introdotta la grossa coltivazione della robbia e del guado, la barbabietola, ia medica, la sulla estese a vasti campi; ma pur confesseremo Qo non accadere nell'universale del Regno. Alcuni luoghi e ran mostrano tal progresso; ma, nella gran parte, o poco ne scorgi o nessuno. Non diciamo de' contorni di questa metro­poli né di Terra di Lavoro; dove la numerosa popolazione, immenso consumo, la feracità del suolo, la copia degl'ingrassi, concorrono a far di esse terre il modello di ogni coltura. (...)

Conchiudiamo questa ormai lunga diceria. Si è veduto di quanto la protezione e gl'incoraggiamenti abbian migliorate 1e nostre arti e manifatture; facciamo lo stesso per l'agricoltura che a miglior ragione e con utilità maggiore il faremo, e pronte ne saranno e non lievi le conseguenze e piene ancora di alte speranze avvenire. Le nostre Società economiche pongano stu­dio particolare ne' miglioramenti agrari più acconci a ciascuna provincia, e non con le sterili dottrine, ma dando l'esempio e l'istruzione a' loro concittadini. Nelle esposizioni annuali che celebransi in ogni capoluogo, non altro si mostrino che prodotti di coltivazione e di pastorizia, e non altri che questi siano premiati e lodati. Le stesse Società s'incarichino di acquistate le semente più utili, ed i loro orti addivengano semenzai e vi­vai di belle pianticelle. Sono questi i mezzi provinciali. La­sciamo al governo in ogni anno dispensare premi maggiori e dare incoraggiamenti ed onorificenze al miglior agricoltore, al­l'ottimo pastore. In fine si onori in qualche maniera la profes­sione del contadino, ed il pubblico disprezzo non insulti alle sue miserie ed alla sua ignoranza. Ricordiamo che il pane delle nostre mense, le vesti che ci difendono dal rigido inverno, quel lino che conserva la nostra nettezza, tutto il dobbiamo al su­dore ed agli stenti di quei miseri che ce ne sono generosi. Ri­cordiamo in fine che se essi non fossero, noi, selvaggi feroci miserabili, ci nutriremmo ancora di ghiande, e sudice pelli coprirebbero la nudità nostra.