“Se sei di Mongiana, ogni giorno vedi cos’eri e a cosa sei stato ridotto”.

Quando Garibaldi, con a seguito le mille camicie rosse, sbarcò nei pressi di Marsala nel lontano 1860, qualcuno non esultò. Troppa la paura che uno straniero venisse non a liberare, ma a conquistare terre già conquistate; insomma, in molti temevano un mero un cambio di “proprietà” e non una ridistribuzione. La storia ci insegna che i riluttanti della liberazione non si sono scostati molto dalla realtà. Tra i diversi soprusi che le truppe garibaldine prima e lo stato piemontese poi hanno inflitto al territorio meridionale, è utile soffermarsi sulla chiusura della più grande acciaieria “italiana” di quel tempo: la fabbrica d’armi sita a Mongiana, piccolo paese di quella perla grezza che è la Calabria.

Mongiana (ora in provincia di Vibo Valentia, centro Calabria) è sulle Serre calabresi, luoghi dove la straordinaria bellezza dei monti deve fronteggiare quotidianamente sia il pericolo che le frane li distrugga come castelli di sabbia, sia l’isolamento “forzato” che la mancanza di una rete stradale adeguata inevitabilmente crea.

Era inoltre il posto ideale dove far sorgere un’acciaieria: nelle profonde ferite dei monti limitrofi era depositata in quantità la limonite, un minerale naturalmente ricco di ferro. Mongiana, come spesso accade, nasce come quartiere dormitorio della “fabbrica”: dapprima case sparse, a pungolare lo spazio immenso che separava l’acciaieria dal bosco; successivamente divenne, con l’aumento dei salari e delle garanzie occupazionali, una vera e propria cittadina che, nel periodo di massima espansione, accoglieva quasi tremila persone, divise tra mongianesi e tecnici stranieri. La presenza degli ingegneri e “manager” stranieri (soprattutto inglesi, tedeschi e francesi), manifestava il grado di eccellenza nella qualità del prodotto che manifestava l’acciaio di Mongiana. Il successo del suddetto acciaio era motivato dall’efficienza (con la dovuta contestualizzazione rispetto al periodo storico in questione) che il processo produttivo locale era faticosamente riuscito a raggiungere. Mentre nel resto d’Italia (principalmente in Liguria, Piemonte e Val D’Aosta) il numero di addetti del settore siderurgico pareggiava complessivamente il numero di operai degli stabilimenti di Mongiana e Pietrarsa, la qualità dell’acciaio del “nord” non era in grado di competere con quello calabrese. Il segreto del successo dell’acciaieria “duosiciliana” risiedeva anche negli elevati investimenti ed elevate commesse che i Borbone concentrarono nella zona; il loro obiettivo era di trasformare in loco dei prodotti di base meridionali.

Grazie all’acciaio dello stabilimento di Mongiana (e di pochi altri paesi vicini), il regno delle due Sicilie era industrialmente autonomo. Ma l’Italia venne e portò via anche l’acciaio mongianese. L’acciaieria venne chiusa con la scusa che il processo produttivo utilizzato nell’impianto di Mongiano era ormai obsoleto. I tecnici dell’epoca dichiararono che le tecniche produttive “moderne” dovessero prevedere la vicinanza degli impianti siderurgici al mare. Non fu molto chiaro il perché lo stabilimento della “Rurh calabrese” venne ricollocato a Terni, città ben più distante dal mare. Basta entrare nel piccolo paese, ormai quasi-fantasma, ridotto, come molti altri della zona, a meno di mille abitanti principalmente anziani, e chiedere cosa i “vecchi” (nell’accezione di memoria storica) pensino della figura di Garibaldi. Per loro, l’aura del condottiero liberatore risulta sfocata, oscurata dall’ immagine dell’usurpatore dell’anima del paese. Si perché, come scrive Aprile, “il mondo dei mongianesi nacque e fu, finché durò, solo industriale, siderurgico, cadenzato sui tempi delle macchine e dei forni[…], con un linguaggio che dai luoghi di lavoro entrava nelle case”. E togliendo l’acciaieria a Mongiana, “fu tolta la condizione essenziale della sopravvivenza”. “Le Serre” continua il giornalista, “erano “l’ambiente” e la siderurgia il “mondo”; pur di non perdere il secondo che li rendeva uomini, rinunciarono al primo”. E ovviamente la comunità depredata dell’unica fonte di lavoro certa e sicura, ottima anche dal punto di vista della “riconoscibilità internazionale”, ha assistito impotente all’esodo in massa della forza lavoro del paese (soprattutto uomini e ragazzi). Ciò che rimase (e che è rimasto fino ai nostri giorni), fu un tentativo di reinventarsi una nuova ricchezza, intesa sia dal punto di vista economico che, parimenti, dall’accezione di “comunità”. Sorsero delle piccole aziende di coltivazione ed essicamento dei funghi ed una sede della guardia forestale calabrese; in toto si ottennero poche decine di posti di lavoro. Oggi la vera Mongiana si trova al dì fuori dei confini calabresi ed addirittura nazionali, “sventrata” da cicliche e devastanti emigrazioni.