CARLO I. (1266 - 1285)

Carlo I d'Angiò (Parigi, 21 marzo 1226 – Foggia, 7 gennaio 1285) conte d'Angiò e del Maine, conte di Provenza e di Forcalquier, fu re di Sicilia, re di Napoli, principe di Taranto, re d'Albania, principe d'Acaia e re titolare di Gerusalemme.

Figlio del re di Francia, Luigi VIII (detto il Leone) e di Bianca di Castiglia, era fratello del re di Francia, Luigi IX (detto il Santo). Conquistò il Regno di Sicilia nel 1266 sconfiggendo a Benevento l'ultimo re svevo, Manfredi di Sicilia. Perse nel 1282 la parte siciliana del Regno in seguito ai Vespri Siciliani, rimanendo peraltro re di Napoli fino alla morte.

Ultimogenito di Luigi VIII il Leone (che morì otto mesi dopo la sua nascita) e di Bianca di Castiglia, fu battezzato con il nome di Stefano dal legato pontificio Romano Bonaventura, cardinale diacono di Sant'Angelo in Pescheria; solo più tardi il suo nome venne cambiato in Carlo, con riferimento alla discendenza della famiglia dai Carolingi. Per volontà del re suo padre avrebbe dovuto intraprendere la carriera ecclesiastica, ma la morte prematura di due dei suoi fratelli gli fece ereditare titoli e possedimenti, modificando radicalmente il suo destino. Molto poco si sa della sua educazione: trascorse i primi anni di vita con la madre; tra i dieci ed i quindici anni frequentò le corti dei fratelli maggiori Roberto d'Artois ed Alfonso di Poitiers; a sedici anni, nel 1242, seguì il fratello Luigi IX in una spedizione militare nella contea della Marche.

Nel novembre del 1245 re Luigi IX, grazie soprattutto all'opera della madre Bianca, ottenne il decisivo assenso di papa Innocenzo IV al matrimonio tra Carlo e la dodicenne Beatrice di Provenza, che pochi mesi prima, il 19 agosto 1245, alla morte del padre, il conte di Provenza Raimondo Berengario IV, aveva ereditato, pur essendo l'ultimogenita, il titolo di contessa di Provenza e Forcalquier, in quanto le sue tre sorelle maggiori avevano tutte già contratto ottimi matrimoni: Margherita era infatti moglie proprio di Luigi IX di Francia, Eleonora era moglie di Enrico III re d'Inghilterra, e Sancha era a sua volta moglie di Riccardo, conte di Cornovaglia: due regine, dunque, e una futura regina.

Alla mano della ricca ereditiera Beatrice aspiravano tuttavia anche i principi delle terre confinanti, Raimondo VII di Tolosa, che aveva appena divorziato da Margherita di Lusignano, e Giacomo I d'Aragona, che, nonostante fosse sposato con Iolanda d'Ungheria, entrò in Provenza e mise sotto assedio il castello ove risiedeva la giovane contessa. Allora Carlo, il fidanzato prescelto, con un esercito francese invase la Provenza e liberò Beatrice; successivamente si oppose peraltro alla condivisione dei feudi acquisiti con le tre sorelle di Beatrice, fatto che rese da quel momento assai difficili i rapporti di Carlo con le cognate, che si sentivano defraudate.

Il 31 gennaio 1246 Carlo sposò Beatrice e, per effetto di questo matrimonio, divenne lui stesso conte di Provenza e Forcalquier; inoltre il re di Francia Luigi IX lo creò in questa occasione conte d'Angiò e del Maine, generando di fatto un nuovo ramo cadetto dei Capetingi, con la dinastia angioina. Una volta divenuto conte di Provenza, Carlo rese in pochi anni il governo della contea rigidamente totalitario ed addirittura dispotico.

Nel 1248 partecipò, insieme a suo fratello Luigi IX, alla settima crociata, in Egitto, contro gli arabi della dinastia curdo-musulmana degli Ayyubidi, che avevano conquistato Gerusalemme nel 1245. Effettuata una sosta di sei mesi a Cipro, Carlo raggiunse l'Egitto nel 1249 e, dopo la conquista di Damietta, in giugno, la sconfitta nella battaglia di Mansura, l'8-11 febbraio 1250, ed una susseguente breve prigionia con gli altri membri della famiglia reale, nella primavera del 1251 decise di rientrare in Francia, dove erano scoppiate alcune rivolte ad Arles ed Avignone. Nella seconda metà del 1251, dall'Egitto fece così ritorno in Provenza accompagnato dal fratello, Alfonso, che durante la crociata aveva ereditato, assieme alla moglie Giovanna, la contea di Tolosa.

All'inizio del 1254, Carlo si alleò - insieme all'arcivescovo di Colonia, Corrado di Hochstaden, sostenitore dell'imperatore Corrado IV di Svevia (che morì peraltro in quello stesso anno) - con la contessa Margherita II delle Fiandre, che non voleva cedere la contea di Hainaut, in Vallonia, al figlio di primo letto, Giovanni d'Avesnes; Carlo diveniva, con questa alleanza, avversario del Re dei Romani (o anti-re), Guglielmo II d'Olanda, che parteggiava per Giovanni d'Avesnes. Il principe angioino fu nominato da Margherita tutore delle Fiandre e dell'Hainaut. Per paura che il conflitto degenerasse, il re di Francia, Luigi IX, intervenne e fece da arbitro. Giovanni d'Avesnes, rinunciando ad alcuni feudi, ottenne l'Hainaut, ma fu vassallo dell'Angioino.

Nel 1257, Carlo acquistò dalla casa di Baux i diritti al trono del Regno di Arles, che era stato incorporato nell'impero dall'imperatore d'Occidente, Corrado il Salico, nel 1035 circa, e che comunque, di fatto, non ritornò più ad essere un regno autonomo.

Tra il 1258 ed il 1264 estese i suoi domini anche al Piemonte meridionale, occupando alcune contee nelle zone di Asti, Alba, Cuneo e Saluzzo.

Nel 1261 era stato eletto al soglio pontificio il francese Jacques Pantaléon di Troyes, papa Urbano IV, che, dopo aver constatato che re Manfredi di Sicilia aspirava a portare sotto il suo dominio tutta l'Italia, intavolò inizialmente alcune trattative col sovrano svevo per tentare di trovare un accordo, e successivamente, visto che tali trattative non avevano sortito alcun effetto, il 29 marzo 1263, con l'approvazione di Luigi IX, arrivò a scomunicare lo stesso Manfredi, dichiarandolo altresì decaduto dal trono. La corona di Sicilia, che precedentemente, in occasione di una prima scomunica di Manfredi, era stata proposta ad Edmondo il Gobbo, figlio del re d'Inghilterra, Enrico III, fu allora offerta proprio a Carlo, preferito dal pontefice poiché lo zio di Edmondo, il conte Riccardo di Cornovaglia, era divenuto nel frattempo re di Germania e pretendente alla corona imperiale. Inoltre, per creare un ulteriore elemento di pressione, il potente cardinale Riccardo Annibaldi, alcuni mesi prima, aveva fatto eleggere il principe angioino senatore di Roma, carica che equivaleva in pratica a quella di governatore della città.

Carlo accolse infine l'invito del papa, prendendo precisi accordi con il legato pontificio Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di Cosenza, e, morto Urbano IV nel 1264, concluse la trattativa col suo successore, papa Clemente IV, per intervenire nella lotta contro i ghibellini e la casa di Svevia: il papa indisse una sorta di crociata contro Manfredi, mentre Carlo rinunciava ad avere domini in Toscana e Lombardia.
A quel punto l'Angioino, con un piccolo contingente, raggiunse Roma via mare il 14 maggio 1265 ed il 28 giugno ottenne l'investitura a re di Sicilia, venendo contestualmente proclamato comandante in capo della spedizione contro il sovrano svevo. In questa occasione, per ricompensare il libero comune di Ancona dell'aiuto fornito, Carlo permise che lo stemma della città fosse arricchito con i suoi simboli: i gigli ed il rastrello. Nel novembre dello stesso anno, un esercito di circa 30.000 provenzali e francesi, attraversate le Alpi, si concentrò ad Alba, e, senza trovare alcun ostacolo da parte dei ghibellini capeggiati dal marchese Pelavicino (che, in Lombardia, si trovava in difficoltà, contro i guelfi Della Torre), passando da Vercelli, Milano, Mantova e Bologna, raggiunse la via Flaminia ed, il 30 gennaio 1266, entrò in Roma.

Il Pontefice diede l'incarico d'incoronare Carlo come re di Sicilia a ben cinque cardinali, tra i quali il potente Riccardo Annibaldi, cardinale diacono di Sant'Angelo in Pescheria, Raoul Grosparmi, cardinale vescovo di Albano, e Gottifredo di Raynaldo, detto anche Goffredo da Alatri, nipote dell'Annibaldi e cardinale diacono di San Giorgio in Velabro. La cerimonia si tenne il giorno dell'Epifania del 1266, nella basilica lateranense, dove, alla presenza di baroni francesi e provenzali, di magistrati e di numerosi prelati, l'Angioino prestò il giuramento di obbedienza alla Chiesa e di osservanza assoluta dei patti sottoscritti, ricevendo infine la corona del regno di Sicilia insieme con la moglie Beatrice.

Carlo, raggiunto a quel punto dal grosso del suo esercito, iniziò l'attacco a Manfredi il 10 febbraio 1266 e subito i baroni della Terra di lavoro si schierarono con lui, abbandonando il sovrano svevo, che fu costretto a ripiegare su Benevento. Qui, nei pressi del ponte sul fiume Calore, il 26 febbraio 1266 avvenne lo scontro decisivo, che portò alla sconfitta e morte di Manfredi nella celebre battaglia di Benevento. Con questa vittoria Carlo, non solo conquistò il regno di Sicilia, ma fece sì che tutta l'Italia passasse sotto il dominio dei guelfi, ad eccezione di Verona e Pavia, che rimasero fedeli agli svevi.

Carlo, dopo aver visto con quanta facilità i nobili del regno avevano tradito Manfredi, non ritenne opportuno fidarsi di loro e finì per imporre un governo dispotico, come aveva già fatto in Provenza vent'anni prima. Non convocò più il parlamento, scelse funzionari governativi stranieri, con l'eccezione degli esattori delle imposte; il commercio che, con gli Svevi, era gestito dai commercianti del regno, in poco tempo passò nelle mani di mercanti e banchieri toscani; il peso dei prelievi fiscali, necessari per mantenere il grande apparato militare ed amministrativo angioino, divenne assolutamente insopportabile, ed inoltre il clero, per gli accordi sottoscritti da Carlo con Clemente IV, era esentato dal pagamento delle imposte.

Questa situazione portò, in breve tempo, la nobiltà esasperata a cercare un liberatore, che fu presto trovato nella persona di Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV, nipote di Manfredi e ultimo discendente della dinastia degli Hohenstaufen, attorno al quale si erano già raccolti i parenti e gli antichi maggiorenti del regno come le famiglie Lancia e Capece. Corradino preparò un piano di invasione della Toscana e un contemporaneo sbarco in Sicilia, guidato da Corrado Capece. Ma il papa nominò Carlo paciere della Toscana, cosa che, usurpando di fatto il potere del vicario imperiale, gli permise di avere tutta la regione sotto controllo, ad eccezione di Siena e Pisa, che non rinnegarono la fedeltà alla causa ghibellina.

Mentre il Capece, tra agosto e settembre, sollevava la Sicilia, Corradino entrò in Italia e il 21 ottobre giunse a Verona; nel gennaio del 1268 lasciò Pavia e si recò a Vado Ligure, ove si imbarcò con i suoi cavalieri, sbarcando successivamente a Pisa, dove fu raggiunto dal resto del suo esercito, il 2 maggio. Carlo nel frattempo era impegnato a Lucera, dove la guarnigione musulmana, fedele agli svevi, si era ribellata il 2 febbraio e resisteva energicamente agli assalti dei soldati angioini.
Corradino allora, raggiunta Roma il 24 luglio, si diresse verso Lucera, mentre Carlo, lasciato l'assedio, gli andò incontro cosicché i due eserciti si scontrarono, il 23 agosto 1268, ai Piani Palentini, tra Scurcola Marsicana ed Albe, dove, pur essendo in netta inferiorità numerica, l'esercito del sovrano angioino ebbe la meglio, in quella che fu detta Battaglia di Tagliacozzo. Corradino riuscì a fuggire e cercò rifugio a Roma, ma non trovò alcun sostegno nella Città Eterna, i cui abitanti erano rimasti terrorizzati da alcune tremende rappresaglie compiute poco tempo prima dagli angioini. Lo Svevo, con pochi seguaci, cercò allora di raggiungere il mare ma, tradito, fu catturato nella campagna romana, nei pressi di Nettuno, e, tradotto a Napoli, vi fu condannato a morte e giustiziato sulla piazza del Mercato, il 29 ottobre 1268. La maggior parte dei ribelli si sottomise spontaneamente, mentre Lucera si arrese il 27 agosto 1269; la rivolta siciliana fu spenta nel 1270 e Capece fu messo a morte. Questo evento segnò, in definitiva, la fine del partito ghibellino in Italia.

Nel frattempo, nel 1268, Carlo, che l'anno precedente era rimasto vedovo di Beatrice di Provenza, aveva sposato in seconde nozze, Margherita di Borgogna (1248 - 1308), contessa di Tonnerre.

Ucciso Corradino, l'Angioino riprese a governare in modo ancor più rigidamente dispotico, sostituì i baroni ribelli con nobili francesi, confiscò tutti i beni agli avversari e trasferì la capitale del regno da Palermo a Napoli, all'epoca principale centro della Terra di Lavoro.

Il sovrano angioino, che il 17 aprile 1268 era stato nominato dal papa vicario imperiale per la Toscana, avrebbe voluto estendere il proprio dominio sull'intera Italia, ma non poteva farlo per gli accordi a suo tempo stipulati con Clemente IV, che morì peraltro il 29 novembre dello stesso anno. Allora Carlo, per avere mano libera in Italia, fece ogni possibile pressione perché nel conclave di Viterbo non si raggiungesse in tempi brevi la maggioranza dei due terzi necessaria per eleggere il nuovo pontefice.

Il sovrano, combattendo, confermò la sua supremazia in Toscana e nel 1270 anche Siena passò ai guelfi; la sola Pisa rimase ghibellina, ma fu costretta alla pace da Carlo. Nello stesso anno sottomise Torino e Alessandria e divenne signore di Brescia. Avrebbe voluto la signoria di tutte le città di fede guelfa ma ottenne solo un giuramento di fedeltà che lo metteva comunque a capo della fazione guelfa, al tempo predominante in Italia. Per l'occupazione della Toscana Carlo sbarcò in forze in Versilia, assalendo la Rocca di Motrone e proseguendo per Lucca, Serravalle, Pistoia e Firenze.

Nel 1270 Carlo accettò, senza particolare entusiasmo, di aiutare il fratello, Luigi IX di Francia, nell'ottava crociata, che doveva essere combattuta inizialmente contro Tunisi, per tentare di convertire al cristianesimo il califfo Muhammad I al-Mustansir (al quale lo stesso Carlo non aveva rinnovato il trattato stipulato da Manfredi e scaduto nel 1269), con lo scopo evidente di portare poi con facilità la guerra da Tunisi contro i mamelucchi dell'Egitto e della Siria. Carlo giunse così a Cartagine il 25 agosto 1270, ma, proprio nello stesso giorno del suo arrivo, re Luigi morì per una grave forma di dissenteria, la stessa patologia che, appena quattro giorni prima, aveva portato a morte anche un altro fratello del re, Alfonso. Il sovrano angioino assunse allora il comando della crociata e finì per perseguire unicamente il proprio interesse; così il 1º novembre stipulò un nuovo trattato con il califfo, nel quale il tributo veniva raddoppiato e Carlo otteneva anche il pagamento dell'intera indennità di guerra, nonché l'espulsione da Tunisi di tutti i nobili ribelli che vi si erano rifugiati. Tra lo sconcerto di molti crociati, Carlo poté poi rientrare in Sicilia e sbarcò a Trapani il 22 novembre 1270, portando con sé i resti mortali di re Luigi, per farlo seppellire in Francia, ma anche con l'evidente intenzione di rivolgere le sue mire di conquista ai territori dei Balcani.

Già nel 1267, il 27 maggio, a Viterbo, di fronte a papa Clemente IV, Carlo aveva concluso con l'imperatore latino, Baldovino II, in esilio dal 1261, un trattato che prevedeva il matrimonio di Filippo di Courtenay, figlio di Baldovino, con Beatrice, figlia di Carlo, insieme all'impegno reciproco di riconquistare Costantinopoli. All'accordo aderì anche Guglielmo II di Villehardouin, principe d'Acaia, che pose i suoi domini sotto la sovranità di Carlo, gli fu devoto alleato e diede in matrimonio (1271) la propria erede, Isabella, al figlio di Carlo, Filippo; per questo accordo alla morte di Guglielmo il principato sarebbe passato, per testamento, agli angioini, cosa che accadde puntualmente nel 1278.

Nel 1271 il sovrano angioino attraversò l'Adriatico e, in febbraio, occupò Durazzo. Nel febbraio del 1272, dopo avere conquistato una vasta zona dell'interno, si autoproclamò re d'Albania; peraltro, mentre stava organizzando una spedizione contro Costantinopoli, l'arrivo a Roma e l'incoronazione del nuovo papa, Gregorio X, bloccò i piani di Carlo, perché l'imperatore di Bisanzio, Michele VIII Paleologo, promise al papa la riunificazione di tutti i cristiani, riconoscendo la supremazia del pontefice; inoltre, dopo questo impegno, l'imperatore prese iniziative militari in Albania ed in Acaia contro Carlo, che, a sua volta, continuò a fare alleanze con Serbi e Bulgari, con l'obiettivo di conquistare Costantinopoli. In particolare, dopo che Giorgio Terter I era stato eletto zar dei Bulgari (1280-1292), Carlo strinse con lui un'alleanza, per combattere ed abbattere l'impero di Bisanzio. Diversi anni dopo, l'elezione a papa - avvenuta il 22 febbraio 1281 - del vecchio amico Simon de Brion, papa Martino IV, alla quale aveva fatto seguito la scomunica dei Bizantini, il 10 aprile dello stesso anno, sembrò agevolare le aspirazioni dell'Angioino. Ma la sopravvenuta rivolta dei Vespri siciliani, che nel 1282 costò al sovrano la perdita della Sicilia e lo obbligò ad una lunga e difficile guerra con gli aragonesi, fece naufragare tutte le ambizioni che egli aveva coltivato sui Balcani.

Nel frattempo, nel 1277, Carlo aveva comperato, da Maria di Antiochia, il titolo di Re di Gerusalemme.

Dopo il 1270, a Genova i ghibellini avevano riconquistato il potere e non appoggiavano più la politica di Carlo, che, a sua volta, organizzò gli esuli guelfi e, nel 1273, attaccò la città, ma venne sconfitto sia per terra che per mare. I ghibellini genovesi si erano alleati dapprima con Alfonso X di Castiglia e, successivamente, con Tommaso I di Saluzzo, riuscendo così a sconfiggere Carlo e ad espellerlo dal Piemonte, finendo poi per combatterlo anche in Lombardia. Carlo, dopo avere subito alcune sconfitte, anche perché gli era mancato un significativo sostegno dai Della Torre, perse definitivamente il controllo dell'Italia settentrionale; in quegli anni la sua posizione si indebolì notevolmente anche in Toscana.

La politica bellicosa e dispendiosa di Carlo e le conseguenti forti imposizioni fiscali scatenarono malcontento in tutto il Regno, particolarmente in Sicilia: gli abitanti dell'isola, infatti, non avevano assolutamente digerito la decisione di Carlo d'Angiò di trasferire la capitale del Regno da Palermo a Napoli e soffrivano ancor più il regime poliziesco che lo stesso re aveva instaurato, in maniera indiscriminata e con mano ferrea, verso tutti i suoi sudditi, applicando una politica autoritaria ed estremamente vessatoria (molto simile a quella dei Normanni). Il germe di una violenta reazione covava tra i palermitani, che avevano visto la loro città perdere il ruolo di capitale e i loro territori espropriati e suddivisi tra vari nuovi baroni francesi.

La sollevazione popolare che andava preparandosi esplose, per apparenti ragioni di interesse privato, il 30 marzo 1282 -giorno del Lunedì di Pasqua- a Palermo, prima della funzione religiosa serale dei Vespri. In poco tempo gli Angioini furono scacciati da tutta l'isola, tranne che nell'imponente castello di Sperlinga, dove alcuni soldati di Carlo d'Angiò, capeggiati da Petro de Lamanno, resistettero all'assedio per tredici mesi, con aiuto dei popolani. Un'iscrizione latina sul vestibolo del Castello di Sperlinga ricorda questo famoso evento: Quod Siculis placuit, sola Sperlinga negavit (in lingua italiana quello che fu stabilito dai siciliani, fu disatteso solo da Sperlinga). Il 25 luglio, Carlo, con le forze destinate alla guerra greca sbarcò in Sicilia e pose l'assedio a Messina, che resistette eroicamente per due mesi.

I Siciliani, che avevano chiesto invano al papa la possibilità di autogovernarsi come confederazione di liberi comuni in forma repubblicana, si rivolsero allora al re di Aragona e Valencia, Pietro III il Grande, marito di Costanza di Hohenstaufen, figlia di Manfredi. Il sovrano aragonese sbarcò a Trapani, con circa 9000 armigeri, il 30 agosto, causando, meno di un mese più tardi, la fuga di Carlo, che, il 26 settembre, fu costretto a lasciare la Sicilia, perdendone di fatto il regno.

Pietro III d'Aragona, aveva indetto nel 1281 una crociata contro i musulmani dell'Africa settentrionale e, senza aver ottenuto né l'approvazione né tanto meno gli aiuti economici di papa Martino IV, nel giugno del 1282, era comunque sbarcato in Barberia, non lontano da Tunisi, per poter essere vicino alla Sicilia. Come sopra precisato, alla fine di agosto Pietro portò le sue forze nella stessa Sicilia, occupando in poco tempo tutta l'isola, cosicché il 26 settembre sbarcò in Calabria, dove gli almogaveri (mercenari per lo più catalani, dotati di giavellotti e spada corta, famosi per coraggio e crudeltà), insieme agli armati siciliani, fecero solo azioni di guerriglia senza reali conquiste territoriali. Alla fine del 1282 si era dunque determinato uno spaccamento del Regno di Sicilia in due parti: la Sicilia, intesa come territorio dell'isola, in mano agli aragonesi, ed il resto del regno, sul continente, in mano a Carlo e agli Angioini.

Pietro si proclamò re di Sicilia (con l'antico titolo federiciano Pietro I Rex Siciliae, ducatus Apuliae et principatus Capuae), e nominò Ruggero di Lauria Ammiraglio in capo della flotta d'Aragona, e Giovanni Da Procida Gran Cancelliere del regno aragonese di Sicilia. A seguito di tutto ciò, nel novembre dello stesso anno, Pietro fu scomunicato dal papa Martino IV, che non solo non lo riconobbe come re di Sicilia, ma lo dichiarò decaduto anche dal regno di Aragona che offrì al principe Carlo, terzogenito del re di Francia Filippo III l'Ardito, e futuro conte di Valois. Re Pietro, allora, lasciata la moglie Costanza in Sicilia come reggente, rientrò in Aragona, anche per preparare una tenzone con l'Angioino, una sorta di giudizio di Dio che peraltro non ebbe mai effettivamente luogo e che avrebbe dovuto prevedere lo scontro di 100 cavalieri per ciascuna delle due parti.

Carlo, nel luglio del 1283, tentò un'invasione della Sicilia concentrando una flotta a Malta, ma l'ammiraglio Ruggero di Lauria sventò il tentativo sorprendendo la flotta e distruggendone una parte.

I maggiorenti francesi in due assemblee a Bourges (novembre 1283) e a Parigi (febbraio 1284) avevano invocato una crociata contro il regno d'Aragona, alla quale avevano aderito con entusiasmo sia Carlo d'Angiò che Filippo III di Francia, e, nel corso del 1284, anche papa Martino IV che, oltre all'assistenza spirituale (scomunica e crociata contro la Sicilia) diede una consistente somma di denaro a Carlo che preparò così una flotta in Provenza, che avrebbe poi dovuto unirsi ad un'altra parte della flotta, che attendeva nel porto di Napoli, per incontrarsi successivamente ad Ustica con il resto della flotta, composto da trenta galere, con a bordo l'armata italo-angioina, proveniente da Brindisi. Ma il 5 giugno la flotta siciliano-aragonese, sotto il comando del Lauria si presentò dinanzi al porto di Napoli e il principe di Salerno e figlio di Carlo, Carlo lo Zoppo, disobbedendo all'ordine del padre di non muoversi prima del suo arrivo dalla Provenza, uscì dal porto con la sua flotta napoletana per combattere il Lauria, che invece lo sconfisse e fece prigioniero lui e parecchi nobili napoletani. Quando il sovrano arrivò a Gaeta e seppe della sconfitta maledisse il figlio, ma dovette rinunciare all'invasione della Sicilia; assediò allora invano Reggio e poi, con le truppe assottigliate dalle diserzioni, si diresse in Puglia per riorganizzarsi e imporre l'esazione di nuove imposte. Durante il viaggio, gravemente ammalato e stremato da una febbre persistente, morì a Foggia il 7 gennaio 1285. Le sue spoglie sono conservate in Francia, in un pregevole monumento funebre nella Basilica di Saint Denis.

Gli successe il figlio Carlo lo Zoppo, che al momento della successione era prigioniero in Aragona.