GUGLIELMO I. (1154 - 1166)

Alla morte di Ruggero II (1154) salì al trono il suo terzogenito Guglielmo I , il cui regno durò dal 1154 al 1166. Guglielmo I era la brutta copia del padre e per questo gli fu assegnato il nomignolo "il Malo". Pur essendo un combattente coraggioso non aveva né l’audacia, né l’autorevolezza, né la capacità governativa del padre. Era solito rinviare le decisioni e governava attraverso i suoi ministri, trascorreva la maggior parte delle sue giornate appartato nei giardini e negli harem del suo palazzo. L’essere cresciuto nella corte più brillante d’Europa lo portò ad essere viziato, così quando assunse il potere era più predisposto a godersi le ricchezze che ad occuparsi dello stato. Guglielmo salì al trono in un momento difficile per il regno di Sicilia, si prospettavano all’orizzonte diversi problemi e cominciavano a farsi sentire i primi scricchiolii nel potere normanno.

Purtroppo fra il 1159 ed il 1160 i possedimenti africani caddero in mano alla dinastia berbera degli Almohadi, provenienti dal Marocco. I siciliani furono sconfitti a Sfax, persero Tripoli e la città costiera tunisina di Mahida. La perdita dei territori d'Africa rese molto problematici i traffici commerciali nel Mediterraneo e inasprì fortemente i rapporti con i nobili feudatari. Costoro addossarono la colpa della disfatta africana all'admiratus del Regno, Maione di Bari, che avrebbe abbandonato la città di Mahida senza alcuna resistenza, mentre questi spergiurava che l'ordine gli era stato imposto dal re.

Nel 1156 il papa inglese Adriano IV, non avendo alleati per continuare le ostilità contro i Normanni, scacciato da Roma dalla popolazione e trasferitosi a Benevento, all’avvicinarsi dell’esercito siciliano fu costretto a scendere a patti con Guglielmo I. Partendo da una posizione di vantaggio, la delegazione siciliana ottenne un notevole successo con la firma del trattato il 18 giugno 1156. La sovranità di re Guglielmo fu riconosciuto su Sicilia, Puglia, Calabria, e Campania, così come su Capua, le città costiere di Amalfi, Napoli e Gaeta, e sui territori recentemente conquistati in Italia centrale: Marche ed Abruzzi, che erano già stati reclamati da Ruggero ed Alfonso, fratelli maggiori di Guglielmo. Guglielmo da parte sua confermava la supremazia feudale di san Pietro e si impegnava a versare al papa un notevole tributo di 1000 denari d’oro. Il papa ebbe il diritto di inviare legati nel reame peninsulare, ma analogo diritto ebbe il re in Sicilia

Il Re, impegnato com’era con le donzelle di corte, aveva affidato l’amministrazione del regno al primo ministro Maione di Bari. Questi, di umili origini, favorì la borghesia artigianale e mercantile a discapito della nobiltà e dei grandi proprietari terrieri. I baroni già da tempo covavano rabbia e indignazione, da quando Ruggero aveva affidato a professionisti di bassa estrazione sociale la giustizia, l’amministrazione e l’esercito e aveva cercato di sconfiggere l’opposizione con l’esilio e la confisca delle loro proprietà. Forti delle loro ricchezze, aspirando al potere politico, approfittando delle debolezza caratteriale di Guglielmo, infastiditi anche dalla perdita dei territori africani, passarono al contrattacco e la situazione degenerò. Matteo Bonello, conte di Caccamo, attirò con l’inganno Maione (accusato, fra l’altro, di essere un seduttore di fanciulle ed un arrampicatore sociale, si era sparsa la voce che voleva prendere il posto del re con la complicità della moglie del re) e lo uccise. L’11 novembre 1160, un gruppo di nobili entrò nel palazzo reale e imprigionò il Re, costringendolo a dichiarare che avrebbe abdicato, e posero Margherita (la moglie) e i figli sotto stretta sorveglianza. In quei giorni convulsi perse la vita Ruggero (primo figlio di Guglielmo) in circostanze poco chiare. Secondo Ugo Falcando, Guglielmo I, avendo saputo che i congiurati volevano assegnare il trono a suo figlio Ruggero, lo avrebbe colpito con un calcio violentissimo mentre gli andava incontro battendo le mani, lieto per la sua liberazione. Trascinatosi fino al luogo in cui si trovava sua madre Margherita, poco prima di morire, Ruggero sarebbe riuscito a riferirle l’accaduto. In tutta la città si scatenò la caccia agli amici di Maione. L’attacco colpì anche gli arabi: i loro negozi furono saccheggiati, gli eunuchi del palazzo massacrati e le donne dell’harem distribuite. La terra dei proprietari musulmani fu confiscata e gli insediamenti rurali vennero distrutti. Nella maggior parte della Sicilia orientale gli arabi e gli altri coloni nordafricani scomparvero. Sedato il tumulto, nell’estate 1161 Guglielmo riportò l’ordine e punì ferocemente i traditori. Nominò Gran Cancelliere Matteo D’Ajello, catturò con un agguato Bonello e lo fece rinchiudere al castello, dove morì dopo essere stato accecato e sottoposto a tremende torture.

Guglielmo nel 1149 aveva sposato Margherita di Navarra dalla quale ebbe quattro figli: Ruggero, duca di Puglia, Roberto, principe di Capua, Guglielmo ed Enrico. Per Margherita le difficili prove non erano finite, perché prima del 1166 morì anche il figlio Roberto. In quello stesso anno il sovrano, colpito da una grave forma di dissenteria, predispose la sua successione. Nominò Guglielmo erede al trono, confermò a Enrico il titolo di principe di Capua e affidò a Margherita la cura e l’amministrazione del Regno, in modo che governasse insieme con il figlio sino alla sua maggiore età. Il re stabilì inoltre che Margherita fosse affiancata da un Consiglio di reggenza formato dal gaito Pietro, eunuco musulmano, da Riccardo Palmer, vescovo di Siracusa, e da Matteo d’Aiello, protonotaro del Regno. Il 7 maggio 1166, a soli 46 anni, Guglielmo I morì, ma quasi nessuno sentì la sua mancanza, lo piansero solo le donne musulmane.