IL REGNO OSTROGOTO (493 - 553)

IL GOVERNO DI TEODORICO

Uno dei primi atti di Teodorico dopo la morte di Odoacre è un editto col quale il principe degli Ostrogoti stabilisce per gli Italiani, i quali abbiano parteggiato per il morto re, la perdita dei diritti civili e politici. Per intercessione però del vescovo di Pavia il provvedimento viene mitigato, viene applicato cioè soltanto a tutti coloro che abbiano fatto uso delle armi contro gli Ostrogoti. Ma non è da pensare che la nuova autorità di Teodorico non avesse dei limiti e che venisse ad acquistare la medesima posizione che avevano avuto gl'imperatori d'Occidente. La sovranità di Teodorico era limitata alla sola Italia e il potere regio non era ereditario. Teoricamente sussisteva ancora l'unità dell'impero romano, del quale l'Italia faceva parte, questa però veniva governata da un re che doveva avere il riconoscimento imperiale. L' Italia era quindi come un regno vassallo dell'impero e Teodorico un collega minore di Anastasio. Egli non era Augustus, ma Rex; batteva moneta, ma le monete portavano l' immagine dell'imperatore e del re solo il monogramma; poteva nominare un console, ma questi doveva esser confermato da Costantinopoli. Inoltre mentre all'imperatore era riservato il diritto di promulgare leggi in tutto l'impero, Teodorico poteva emanare semplicemente editti e all' Italia soltanto.

Fra le limitazioni imposte alla sovranità di Teodorico c'era senza dubbio l'obbligo di mantenere immutati gli antichi ordinamenti, e di lasciare l'amministrazione in mano ai Romani. Queste clausole sarebbero state applicate lo stesso anche se non fossero state imposte dall' imperatore. I Goti erano dei barbari che non avrebbero saputo fare uso delle magistrature civili, d'altro canto Teodorico non avrebbe saputo come modificare gli ordinamenti romani, né del resto era prudente apportare modifiche a certe istituzioni secolari. Inalterate pertanto rimasero a Roma e nelle province l'amministrazione e le magistrature, e Ravenna rimase la capitale. Qui risiedeva il prefetto del pretorio; a Roma invece il vicarius urbis, da cui dipendevano le otto province suburbicarie. Le province rimasero immutate di numero e sotto i Judices, di nomina regia, che amministravano la giustizia, e tale quale come prima rimase l'ordinamento municipale, alla cui testa stavano i duumviri con il curator che controllava l'amministrazione finanziaria e il defensor che sorvegliava l'amministrazione cittadina.

II primo problema che si presentava a Teodorico e reclamava una pronta soluzione, era quello di assicurare una stabile sede al suo popolo. Odoacre l'aveva risolto distribuendo ai suoi barbari il terzo delle terre: Teodorico lo imitò. Con tatto politico nominò capo di un'apposita commissione (deputatio tertiarum) LIBERIO, prefetto del pretorio, il quale si ebbe le lodi di Cassiodoro per essersi comportato con grande equità e con tale prudenza da non provocare malcontento fra gli Italiani. In qual modo e dove fosse fatta l'assegnazione delle terre non sappiamo con sicurezza. Secondo Procopio, furono distribuite agli Ostrogoti le terre che erano state prima date ai barbari di Odoacre. Che queste fossero comprese fra quelle distribuite agli Ostrogoti non è da dubitare, ma che fossero queste soltanto non è possibile credere, dato il numero maggiore degli Ostrogoti e la maggiore estensione dei lotti (sortes). Se dobbiamo ritener sincere le lodi da Cassiodoro date a Liberio, la spoliazione dovette colpire solo i grandi latifondisti e le terre incolte. Il maggiore stanziamento dei Goti ebbe luogo nell' Italia settentrionale; dell'Italia centrale il Lazio e la Toscana meridionale non furono colpiti e lo stesso si dica della Campania, della Lucania, del Bruzio e della Sicilia. Ma se una buona metà d'Italia rimase esente da spoliazioni è da supporre che i proprietari non colpiti dal provvedimento fossero obbligati a pagare al fisco il terzo dei frutti (illatio tertiarum).

Se l'amministrazione civile fu lasciata in mano ai Romani, l'uso delle armi invece fu riservato ai Goti. Ma ciò non deve essere inteso in senso assoluto. Gli Italiani, sebbene in numero limitatissimo vi partecipassero, non erano esclusi dall'esercito; la stessa cosa si può dire dei Goti per le cariche civili e politiche. Sappiamo difatti che Goti erano non pochi dei consiglieri di Teodorico, fra i quali i maiores domus (maggiordomi), e Goti quei funzionari, detti Saioni, che dipendevano dal maestro degli uffici ed avevano l' incarico di trasmettere gli ordini del re. Però la principale funzione che i Goti esplicavano nella vita dello stato era quella militare. Cittadini erano gli Italiani e dovevano offrire le loro attività a favore del benessere della nazione, soldati erano gli altri che questa nazione avevano il compito di proteggere e di difendere.

Comandante supremo dell'esercito era Teodorico, sebbene, dopo la presa di Ravenna, affidasse la direzione delle guerre ai suoi generali e conti (comites). I Goti vivevano con le loro famiglie nelle terre avute ma in caso di guerra o di esercitazioni avevano l'obbligo di accorrere sotto le armi. Durante la pace guarnigioni più o meno numerose, che periodicamente si avvicendavano, risiedevano in alcune città del regno. Presidi si trovavano a Palermo e a Siracusa, il cui comes aveva il comando militare di tutta l'isola, presidi a Reggio Calabria, a Napoli, a Roma, a Norcia, a Rieti, a Treviso, a Ravenna, a Verona, a Pavia, a Tortona, presidi nei castelli e nelle città di confine.

Un altro problema che si presentò a Teodorico dopo la morte di Odoacre fu quello della politica interna. Egli si trovava signore di due popoli, Italiani e Goti, diversissimi gli uni dagli altri per origine, indole, costumi e civiltà. Era necessario che questi due popoli vivessero in buona armonia tra loro e che fossero eliminate tutte le possibili cause di dissidi. Con questo scopo Teodorico, verso il 500, pubblicò il famoso editto che porta il suo nome (Edictum Theodorici), raccolta di centoncinquantaquattro articoli, basata sul diritto romano, cui dovevano ubbidire Romani e Goti. Nei casi non contemplati dall'editto ciascun popolo si serviva del proprio diritto nazionale. Ma se unico codice fondamentale di leggi prescrisse per entrambi i popoli, a ciascuno di essi diede un tribunale proprio: i presidi delle province ai Romani, i Comites Ghotorum ai barbari. Nelle cause miste il comes goto doveva essere assistito da un magistrato romano (prudens romanus).

"" ...Poiché i Goti con l'aiuto divino abitano fra voi, affinché non sorgano, come suole avvenire, liti,  abbiamo creduto necessario mandare in mezzo a voi, in qualità di comes, un uomo egregio e notoriamente integro. Egli, secondo i nostri editti, giudicherà le liti per i Goti. Nel caso di liti fra Goti e Romani si aggregherà un magistrato romano e giudicherà con equità. Nelle liti fra i Romani, questi ubbidiscano ai giudici da noi inviati nelle province perché a ciascuno sia resa giustizia secondo un'unica legge. Così, con l'aiuto divino, tutti e due i popoli godranno insieme i benefici della pace. E sappiate che noi amiamo tutti indistintamente, ma prediligiamo coloro che più degli altri sono ossequenti alle leggi. Noi non tollereremo illegalità e condanneremo i violatori della legge. Non saremo clementi coi violenti. Nelle liti deve trionfare non la forza, ma il diritto. Chi ha il mezzo di dispensare la giustizia non può ricorrere alla violenza e appunto perché vogliamo eliminare gli odi noi paghiamo i giudici e manteniamo tanti uffici. Come comune è il governo che vi regge, così siano comuni i vostri sentimenti. E i vostri sentimenti siano quelli che noi desideriamo. Voi, Goti, siate vicini ai Romani nell'amore come loro vicini siete nei beni e voi, Romani, amate molto i Goti che in pace accrescono il vostro popolo e in guerra vi difendono. Perciò voi ubbidirete al giudice che vi è inviato e osserverete le sentenze che secondo il diritto pronunzierà. Così comportandovi, ubbidirete a me e insieme farete l'utile vostro "".

Così si esprimeva Teodorico nella formula (Comitiva Gothorum) indirizzata ai Romani in cui è sommariamente ma chiaramente indicato il suo programma di governo. Il fine a cui mirò Teodorico nella sua politica interna fu di poter governare pacificamente sopra l'uno e l'altro popolo e di farli vivere in buona armonia sotto leggi comuni che peraltro non escludevano quelle tradizionali di ciascuna nazione. Egli conosceva quanta differenza passasse tra l'uno e l'altro, conosceva i sentimenti degli Italiani verso i Goti, i quali erano sempre degli stranieri e dei conquistatori per gli indigeni, sapeva che la tolleranza per mezzo di una saggia amministrazione non la fusione poteva aver luogo. Né, d'altronde, che questa fusione egli desiderasse perchè Teodorico non poteva ignorare che una fusione non poteva avvenire che a scapito della fisionomia dei Goti.

Le guerre e le altre calamità che si erano abbattute sull'Italia l'avevano spopolata e immiserita. Sotto il regno di Teodorico la popolazione aumentò; molte migliaia di persone catturate dai Burgundi nella loro incursione della Liguria vennero restituite, vennero prosciugate in parte le Paludi Pontine ed opere di bonifica furono fatte nell'agro ravennate; fu dato impulso all'agricoltura, ribassarono i prezzi del grano e del vino e parte dei prodotti del suolo vennero perfino esportati. Fu tanto il benessere che a detta di un cronista del VI secolo, con un solido d'oro si potevano comperare settanta moggia di frumento e trenta anfore di vino.

Roma, che tanto era stata trascurata dagli ultimi imperatori, fu oggetto di speciali cure da parte di Teodorico. Le mura, il palazzo reale, il teatro di Pompeo e le cloache furono restaurate, fu riparato il portus Licini, fu regolato l'uso delle acque pubbliche e il servizio dell'annona, vennero ripristinate le gratuite distribuzioni di grano e rimessi in vigore, per godimento del popolo, gli spettacoli circensi. Né soltanto Roma ebbe le cure del re: a Ravenna fece fabbricare un magnifico palazzo, un anfiteatro, la sua tomba in stile romano e chiese bellissime tra le quali quella di S. Martino e quella di S. Apolinare famosa per i mosaici, il tetto e le colonne; Verona ebbe un ricco palazzo ornato di un portico, la restaurazione dell'acquedotto, una nuova cinta di mura ed ampie terme; mura, terme, palazzi e un anfiteatro furono costruiti a Pavia, la quale, con Verona, acquistò una grande importanza; altre importanti opere furono fatte a Parma, a Spoleto e a Terracina, e questa attività, veramente notevole in un principe barbaro, gli valse il titolo di amator fabricarum et restaurator civitatum.

Questa attività costruttrice e la protezione accordata ai letterati fecero passare Teodorico per un re amante delle arti e delle lettere, ma tale egli non fu. I dieci anni trascorsi a Costantinopoli come ostaggio dell'impero, che gli erano stati scuola utilissima di politica, lo avevano lasciato insensibile alla coltura e non gli avevano forniti neppure i rudimenti della scrittura. TEODORICO era un barbaro che considerava indegno di uomini liberi l'esercizio delle lettere e proibì ai Goti di mandare i figli a scuola temendo che questi, abituandosi a tremar della ferula, crescessero vili. Ma da barbaro accortissimo egli sapeva di non poter governare un popolo come il romano con i suoi Goti incolti e sapeva anche che la letteratura poteva dar prestigio al suo nome ed essere efficace strumento di governo, perciò egli fu largo di aiuti ai dotti e non pochi di essi chiamò alle più alte cariche. Il poeta ARATORE fu creato conte dei domestici, SIMMACO fu fatto principe del Senato, SEVERINO BOEZIO, filosofo e poeta, venne nominato console, ENNODIO, il panegirista del re, ottenne il vescovado di Pavia. E un letterato fu il segretario di Teodorico: CASSIODORO. L'avo suo era stato tribuno e notaio alla corte di Valentiniano III; il padre era stato, sotto Odoacre, conte delle sacre elargizioni e console della Sicilia, e sotto Teodorico aveva avuto il governo del Bruzio e la prefettura del Pretorio. Cassiodoro, nato a Squillace intorno al 480, fu questore, console o maestro degli uffici; impiegato devoto ed infaticabile, fu preziosissimo strumento di governo in mano a Teodorico; ammiratore dei Goti, ne scrisse una storia e sperò nella loro romanizzazione; segretario fedele del re, fu il propagatore e l'assertore della politica di Teodorico e al suo signore rese il servizio più prezioso, quello di farlo apparire agli Italiani animato da sentimenti romani quando non era che un Goto, il quale di romano non aveva che la porpora e le insegne regie.

 

LA POLITICA RELIGIOSA DI TEODORICO

Teodorico era ariano come tutto il suo popolo, ma non era un fanatico. La ragion di stato gli consigliava di non esserlo né egli poteva desiderare o permettere che i contrasti religiosi turbassero l'armonia tra Italiani e Ostrogoti che era la mèta della sua politica interna. La politica religiosa di Teodorico ebbe per base la tolleranza e il rispetto degli altri culti. Parlando agli Ebrei, egli ebbe a dire: ".....a nessuno possiamo imporre la religione perché nessuno può esser costretto a creder suo malgrado » ("religionem imperare non possumus, quia nemo cogitur ut credat invitus") e nulla da lui ebbe a temere la Chiesa cattolica. Teodorico non solo rispettò scrupolosamente i privilegi e le consuetudini, ma mantenne anche cordiali rapporti personali con i papi e con i vescovi e, fin quando fu in grado di farlo, li favorì e accolse la loro mediazione.

Qualcuno pensa che la tolleranza religiosa sia stata a Teodorico consigliata dalla madre, la cattolica Ereleva. Ammettiamo che la madre possa avere influito sulla condotta del figlio, ma si può essere del parere che la tolleranza sia stata a lui dettata principalmente dai suoi disegni politici. Perché fosse conseguito l'accordo tra la popolazione italiana e il popolo ostrogoto, era necessaria una politica che rispettasse le istituzioni civili e religiose dei Romani. In questo conflitto la condotta di Teodorico non fu del tutto rettilinea. Fin quando visse papa GELASIO I, il fiero avversario dell'Henoticon, il re mostrò di favorire apertamente la Chiesa romana, ma quando a Gelasio successe ANASTASIO II, Teodorico pur di ottenere le insegne regie lasciò sperare all'imperatore che avrebbe fatto piegare il papa sulla questione dell' Henoticon.

FESTO, presidente del Senato, fu l'ambasciatore del re a Costantinopoli, e Festo nei primi del 498 portò in Italia le insegne regie e, probabilmente, i patti stabiliti con l' imperatore. Difatti, essendo nel novembre del 498 morto papa Anastasio II, mentre nella Chiesa di Laterano veniva eletto papa SIMMACO, diacono originario della Sardegna, una parte del clero, ligia a Festo, eleggeva nella chiesa di S. Maria Maggiore l'arciprete LORENZO, meno avverso all' Henoticon.
Roma si divise in due fazioni, e non poco sangue si sparse per le vie ed ebbero luogo saccheggi e incendi. Alla fine i due partiti si accordarono di ricorrere all'arbitrato di Teodorico e questi dichiarò che doveva essere riconosciuto papa chi era stato eletto per primo ed aveva riportato il maggior numero di voti (ut qui primus ordinatus fuisset, vel ubi pars maxima cognosceretur, ipse sederet in sede apostolica). Forse senza volerlo Teodorico faceva trionfare la sua politica religiosa avversa a Costantinopoli, quella politica il cui indirizzo, con l'ambasceria di Festo, per opportunità aveva cambiato o finto di cambiare. Simmaco venne riconosciuto papa (498). Il 1 marzo del 499 questi, allo scopo di stabilire norme precise intorno all'elezione dei pontefici, convocò in S. Pietro un concilio nel quale venne decretato che nelle future elezioni doveva considerarsi eletto chi riportava la maggioranza dei suffragi.

L'anno dopo Teodorico si recò a Roma e fu accolto con grandi dimostrazioni di onore dal papa, dal Senato e dal popolo. Sebbene ariano, il re visitò e adorò la tomba di S. Pietro nella basilica vaticana e al popolo radunato nel Foro promise solennemente che avrebbe rispettate le leggi promulgate dagli imperatori. Teodorico rimase sei mesi nella metropoli, acquistandosi con la celebrazione dei giuochi e la distribuzione di grano il favor popolare ed assicurando con la sua presenza alla città la pace che il recente scisma aveva turbata. Ma la partenza di Teodorico fece rinascere subito i disordini. Li provocarono i partigiani di Lorenzo, capitanati dal diacono Pascasio, che il popolo riteneva come santo, e dal patrizio Festo. Costoro accusarono Simmaco presso il re di simonia e di adulterio e Teodorico chiamò a Rimini il papa per interrogarlo; ma non riuscì perché Simmaco, avendo incontrate alcune donne, denunziate con lui come adultere, si rifiutò di presentarsi al re e, ritornato segretamente a Roma, si rifugiò nella chiesa di S. Pietro.

La fuga del papa apparve come una confessione delle colpe addebitategli. Richiesto dai nemici di Simmaco, Teodorico spedì a Roma PIETRO, vescovo di Altino, in qualità di visitatore per fare una inchiesta, amministrare la Chiesa romana temporaneamente e convocare un concilio che giudicasse il pontefice. Il concilio, convocato dopo la Pasqua del 501, si tenne nella Basilica Julia. I vescovi dell'Italia settentrionale, passando per Ravenna, protestarono presso il re per l'illegalità della convocazione che spettava al papa e non a un semplice vescovo; ma Teodorico li assicurò dicendo di avere agito d'accordo con Simmaco. Questi, presentatosi all'assemblea, dichiarò che non avrebbe risposto alle accuse dei suoi avversari se prima non fosse stato reintegrato nei suoi diritti e non fosse stato allontanato il vescovo di Altino. Il re ordinò che Simmaco rispondesse alle accuse, ma essendosi il papa ostinato nel rifiuto, il concilio si sciolse senza aver deliberato nulla. Molti vescovi ritornarono alle loro sedi; altri però rimasero a Roma e di là pregarono il re che convocasse un secondo concilio. A costoro scrisse Teodorico l'8 di agosto comunicando che il concilio sarebbe stato tenuto il primo settembre. Con una seconda lettera, in data del 27 agosto, il re raccomandava ai vescovi di pronunciare una sentenza qualsiasi; nello steso tempo inviava a Roma i suoi maiores domus Godila, Redulfo e Aligerno, che avevano il compito di garantire a Simmaco l'incolumità personale.

Il 1° settembre del 501 i vescovi erano riuniti nella Basilica Sessoriana (S. Croce di Gerusalemme), quando si sparse la notizia che Simmaco, mentre si recava all'assemblea, era stato per via assalito dai partigiani di Lorenzo e a stento e malconcio aveva potuto rifugiarsi a S. Pietro. Il concilio invitò il papa a presentarsi, ma Simmaco si rifiutò dichiarando la sua causa nelle mani di Dio e del re. Non c'era altro da fare. I convenuti fecero sapere a Teodorico che avevano fatto tutto il possibile per riconciliare gli animi senza riuscirvi, che il concilio non poteva essere tenuto senza la presenza del pontefice, che solo il re con la sua autorità poteva far cessare il conflitto. Teodorico prudentemente rispose che non voleva ingerirsi negli affari della Chiesa e che ai vescovi soltanto spettava decidere. Vedessero pertanto se fosse o no necessario di fare un'inchiesta accurata sulla condotta del papa, giudicassero imparzialmente e dessero, col papa legittimo, la pace alla Chiesa. Egli avrebbe rispettato scrupolosamente la loro decisione (lettera del 1o ottobre del 501).

Il nuovo concilio (sinodo palmare) ebbe luogo il 23 ottobre. I vescovi si rifiutarono di giudicare l'operato del pontefice e riconobbero Simmaco papa legittimo, minacciando di considerare scismatici tutti coloro che avessero negato di tornare sotto la sua obbedienza. La decisione del concilio fu firmata da 76 vescovi, fra cui figuravano quelli di Ravenna e di Milano. Nel novembre del 502 un altro concilio fu tenuto dietro convocazione di Simmaco. La deliberazione più importante di questa assemblea fu quella di annullare il decreto di Odoacre sull'alienazione dei beni ecclesiastici e prescrivere che le rendite della Chiesa fossero impiegate nel mantenimento del clero e dei pellegrini e nel riscatto dei prigionieri. Pareva che il sinodo palmare dell'ottobre 501 dovesse restituire la pace; i disordini invece continuarono per parecchi anni ancora, cioè fino al 504, nel quale anno Lorenzo si ritirò in un suo podere a condurvi vita ascetica. Nel 505 Teodorico intimò a Festo di fare restituire a Simmaco tutte le chiese tenute dai partigiani del suo rivale; e perché l'ordine fosse completamente ristabilito mandò a Roma, come governatore, Cassiodoro.

Se a Roma, tramite la politica prudente di Teodorico tornava la concordia nella Chiesa, tuttavia continuava il dissidio tra questa e la corte bizantina. La vittoria di Simmaco era stato il trionfo sul partito che faceva capo all'imperatore, la cui posizione anche a Costantinopoli si andava facendo sempre più debole. Qui difatti non erano infrequenti i tumulti fra i seguaci dell' Henoticon e gli avversari e questi ultimi diventarono sempre più numerosi e più battaglieri, incoraggiando il papa a perseverare nella sua opposizione. Perchè la lotta tra la Chiesa romana e la corte di Costantinopoli cessasse dovevano scomparire dalla scena Simmaco ed Anastasio. Il primo morì nel 514, il secondo nel 518. A Simmaco successe ORMISDA, al trono imperiale salì Giustino I, ortodosso in fatto di religione come il nipote Giustiniano che guidò (come desiderava) la politica dello zio.

Tra Ormisda e Giustino furono intavolate trattative che miravano a risolvere il conflitto tra Roma e Costantinopoli. Le trattative ebbero esito felice; nel 519 gli ambasciatori del Pontefice furono solennemente ricevuti dal popolo, dal Senato e dall' imperatore e l'Heneticon, causa di tante discordie durate per un trentennio, venne condannato. Alle trattative aveva avuto parte importante Teodorico. Egli sperava di ingraziarsi il papa e l'imperatore e di ricevere, come difatti ricevette, per il genero Eutarico il riconoscimento imperiale, ma non prevedeva che a lungo andare la conciliazione tra Roma e Bisanzio si sarebbe rivolta a suo danno.

 

ULTIMI ANNI DI TEODORICO

Dai fatti che abbiamo finora narrati risulta chiaramente come quasi sempre agli ideali vagheggiati da Teodorico si opponesse la realtà delle cose rendendo impossibile il conseguimento. Teodorico vuole ottenere la supremazia morale su gli altri stati barbarici tramite la pacifica politica di parentele ed ottiene con le armi il primato nell'Europa occidentale; sogna la pace ai confini ed è costretto dalla fatalità degli eventi alla guerra, segue una politica basata sulle discordie di Roma e Costantinopoli e finisce col promuovere l'accordo del papa con l'impero.

Dopo il fallimento della politica estera e di quella religiosa ora dobbiamo registrare il fallimento della sua politica interna. Per amor della verità bisogna riconoscere che non era cosa facile fare trionfare quest'ultima, era quasi impossibile riuscire a far vivere sopra un medesimo suolo e sotto uno stesso governo, pacificamente, due popoli diversissimi di stirpe, di lingua e di civiltà, che professavano fedi diverse ed avverse. Teodorico aveva fatto tutto quel che umanamente era possibile perché l'armonia tra i due popoli regnasse. Aveva lasciato ai Romani le loro leggi e le loro istituzioni, aveva lasciato ad essi la cura dell'amministrazione civile ed aveva mantenuti intatti gli ordinamenti, aveva costruito numerose opere dì pubblica utilità, abbellito città, ripristinato giuochi, rimesso in vigore l'uso delle distribuzioni gratuite del grano, era stato tollerante in materia di religione, aveva tenuto rapporti cordialissimi con i papi e con i vescovi, aveva lasciato, se non accresciuti, i privilegi del clero, aveva infine solleticato l'amor proprio degli Italiani elogiandone le gloriose tradizioni e mostrandosi animato da sentimenti di romanità. Malgrado tutto ciò, l'armonia tra i due popoli non ci fu o fu solo apparente. Aveva un bel dire Teodorico ai suoi barbari di rispettare gli Italiani, gli Ostrogoti erano e si consideravano conquistatori e padroni ed è da credere che non tralasciassero le occasioni per far pesare il loro giogo. Non pochi difatti presso gli storici sono gli accenni a violenze, a soprusi, a ingiustizie, a spoliazioni in danno della popolazione italiana. Lo stesso Teodorico, lamentandosi della condotta dei Saioni, ci fornisce una prova di questi abusi e nello stesso tempo ci fa capire come, con tutte le sue buone intenzioni, fosse impotente a reprimerli.

D'altro canto come potevano gli Italiani vivere in buona armonia con i Goti, popolo conquistatore e naturalmente prediletto dal re? Gli Ostrogoti erano dei barbari, degli stranieri, avevano contro ogni buon diritto spogliato gli Italiani del terzo delle loro terre; i barbari erano esenti dai tributi; vivevano a spese della popolazione indigena, essi formavano l'esercito e rappresentavano perciò la forza; i loro comites, pur assistiti da un cittadino romano, giudicavano le contese tra Italiani e Goti. C'erano come si vede troppi motivi per giustificare il malcontento degli Italiani e per rendere impossibile quell'armonia che il re desiderava sinceramente; armonia che trovava un ostacolo insormontabile nella differenza della fede. Papa Gelasio I, condannando l'Henoticon, aveva scritto: « Come romano io dovrei esser sempre fedele all'imperatore; ma la tolleranza degli eretici è più pericolosa delle devastazioni dei barbari ». Il pensiero del papa era il pensiero della maggioranza degli Italiani, preferivano avere a che fare con i barbari ariani piuttosto che con gli eretici. Questo spiega perché la diversità di fede tra dominati e dominatori non produsse per tanto tempo un aperto conflitto. Ma non è da credere che il dissidio tra la Chiesa romana e la corte bizantina facesse completamente dimenticare agli Italiani la condizione in cui si trovavano di popolo soggetto a barbari di fede ariana. Lo scisma di Lorenzo e le lotte che ne seguirono provano a sufficienza che fra gli Italiani, specie fra i nobili e il clero, ci fosse una forte corrente orientata verso l'impero e non soltanto per dar pace alla Chiesa ma per un legittimo desiderio di scuotere il giogo dei dominatori ariani.

L'avversione a Teodorico, che era poi il sentimento di una parte degli Italiani, divenne generale quando ebbe luogo la conciliazione tra Roma e Costantinopoli. In Teodorico ora non si vedeva più il principe tollerante, ma il re ariano che aveva designato come successore un uomo, Eutarico, del quale era notissima l'intransigenza religiosa. Tutti, o quasi, ora guardavano all'imperatore bizantino come al liberatore d'Italia e prima di tutti il papa, i cui segreti maneggi con Costantinopoli contro l'Arianesimo non sono più un mistero. Mentre 1'Italia si orientava verso l' impero bizantino una serie di lutti colpiva Teodorico. Nel 522 veniva a morte Eutarico che lasciava il figlio Atalarico di cinque anni. Nel medesimo anno per istigazione della seconda moglie, Sigismondo re dei Burgundi faceva assassinare il figlio Sigerico avuto da Ostrogota figlia di Teodorico. A questo assassinio seguiva da parte dei successori di Clodoveo, alleati del re ostrogoto, l'invasione del regno dei Burundi, il cui re veniva tratto prigioniero ed ucciso.

Teodorico, nel 523, mandava in Borgogna il conte TULUIN con un esercito che, impadronitosi del territorio a nord della Duranza con le città di Charpentras, Orange e Vaison, veniva a trattative con il re Godemaro, successore di Sigismondo. Nell'anno medesimo in cui gli Ostrogoti allargavano i loro domini a spese dei Burgundi, moriva in Africa TRASIMONDO, cui succedeva ILDERICO, favorevole al Cattolicesimo. Amalafrida, sorella di Teodorico e vedova del morto re dei Vandali, costretta a rifugiarsi presso i Mauri, veniva più tardi presa ed uccisa. Questi avvenimenti dovettero amareggiare grandemente l'anima di Teodorico. Il vecchio re vedeva crollare la sua politica delle parentele; con la morte di Eutarico tornavano a preoccuparlo la sorte della monarchia e il pensiero della successione; la guerra coi Burgundi aveva indebolito questo regno e rivelato nei Franchi il proposito di estendere i loro domini; l'avvento al trono vandalico di Ilderico, togliendogli un alleato, ne aveva procurato uno all'impero bizantino. Nè queste erano le sole amarezze del gran re. Egli si era certamente accorto del nuovo orientamento degli Italiani. Il fallimento del suo sogno perseguito tenacemente per trent'anni lo irritò, lo rese sospettoso. Teodorico non fu più l'uomo generoso di una volta, sentì risorgere gli istinti del barbaro, volle difendere l'edificio, con tanta perseveranza costruito, con ogni mezzo, con provvedimenti di rigore cui presto seguirono atti di crudeltà. Alcuni anni prima, forse intorno al 520, trovandosi egli a Verona, erano scoppiati gravi disordini a Ravenna causati dall'odio tra Ebrei e Cattolici: questi ultimi avevano incendiate le sinagoghe giudaiche della città. Teodorico aveva ordinato che i responsabili ricostruissero a loro spese gli edifici distrutti e che venissero pubblicamente fustigati quelli che non potevano pagare. Inoltre aveva proibito che gli Italiani portassero armi (ut nullus eorum arma usque ad cultellum uteretur).

Nel 523, uno di quegli italiani rinnegati che erano entrati al servizio del re e che per mostrarsi a lui più fedele ed affezionato aveva perfino fatto educare nella lingua e nelle armi dei barbari i suoi figli, CIPRIANO, che copriva alla corte l'ufficio di referendario, accusò il patrizio Albino, presidente del Senato di avere scritto lettere all'imperatore Giustino per indurlo a muovere contro il re. Non sappiamo se l'accusa fosse vera o falsa; certo essa era un tentativo di vendetta degli Italiani venduti al re contro i più ragguardevoli Italiani che desideravano il ritorno della loro patria sotto il diretto potere dell' imperatore; sappiamo però che a difendere coraggiosamente l'accusato sorse il più illustre uomo del tempo: SEVERINO BOEZIO. Boezio apparteneva alla famiglia Anicia e godeva la stima e l'amicizia di Teodorico e nel 510 era stato suo console; nel 522, essendo stati i suoi giovani figli assunti alla dignità del consolato, aveva letto in Senato il panegirico del re; in quello stesso anno era stato creato magister off'aciorum. Era uomo dottissimo, aveva tradotto dal greco opere di matematica, era appassionato studioso di Platone, dei Neoplatonici e di Aristotile, di cui aveva commentato la Logica, ed aveva scritto di filosofia e teologia. Boezio, non richiesto si recò a Verona e al cospetto di Teodorico sostenne l'innocenza di Albino. Nel calore della difesa egli profferì parole che dovevano perderlo, disse cioè che i sentimenti di Albino erano gli stessi suoi e quelli di tutto il Senato e che se Albino era colpevole allora anche lui e il Senato erano colpevoli. Quella di Boezio era una generosa difesa non solo di Albino, ma di tutti i senatori, che indirettamente erano colpiti dalla denuncia di Cipriano. Questi di fronte al contegno di Boezio, non poteva indietreggiare e produsse falsi testimoni coinvolgendo nell'accusa anche il difensore. Teodorico, divenuto ormai diffidente e sospettoso, fu convinto dalle parole del suo referendario ed ordinò l'arresto di Albino e di Boezio. Della sorte del primo nulla conosciamo; ma la pena capitale non gli fu certamente risparmiata. Boezio venne giudicato dal Senato, il quale, temendo di compromettersi, senza neppure interrogarlo condannò l'illustre uomo a morte.

Durante la sua lunga prigionia, Boezio scrisse il De consolatione Philosophiae, l'eroico libro che doveva rendere immortale il nome del suo autore. L'opera è importantissima non solo per i pregi letterari di cui è piena e per la nobiltà dell'animo dello scrittore che vi è rivelata, ma anche per certe preziose testimonianze che illuminano lo storico sulla condotta dei Goti verso gli Italiani. Egli scrive di essere stato accusato per «avere amato la libertà di Roma e difesa la dignità del Senato» dalle false denunzie di uomini corrotti e ci rivela di esser vittima degli odi di tutti coloro che, opprimendo i provinciali romani, avevano trovato in lui un ostacolo alle loro ingiustizie e violenze: «L'ingordigia dei barbari, sempre impunita, si faceva di giorno in giorno più grande verso le terre dei provinciali, di cui volevano disfarsi per prenderne i beni. Quante volte io ho protetto e difeso i miseri contro le molte calunnie dei barbari!». Una grande amarezza è nel libro di Boezio per la viltà del Senato, ma anche una grande forza, che deriva al prigioniero dalla coscienza tranquilla e da tutta una vita spesa nelle opere di virtù. «Fra i caratteri più singolari di un tal libro, che ebbe una prodigiosa popolarità in tutto il Medio Evo, e fu tradotto in ogni lingua, c'è ancora che leggendolo senza conoscerne l'autore, sarebbe difficile dire se esso fu l'opera di un Pagano o d'un Cristiano. È di certo la manifestazione di un eroismo che potrebbe credersi pagano e cristiano ad un tempo. Non si può affermare che vi sia nulla di sostanzialmente contrario al Cristianesimo, ma è strano davvero che un credente della nuova fede, il quale si preparava alla morte, non accennasse una sola volta né al Paradiso, né all' Inferno, né a Cristo, e ben poco anche alla speranza d'una vita futura. Pare il linguaggio di uno stoico, tanto che per qualche tempo si giunse a dubitare se Boezio fosse stato davvero cristiano e autore delle opere religiose a lui attribuite. Ma la grande popolarità che nel Medio Evo godette il suo nome e anche il suo libro fra i Cristiani dimostra che il dubbio non c'era, ed oggi la critica storica lo ha interamente eliminato.  Boezio fu messo a morte nel 524  a Pavia, i suoi carnefici gli strinsero il collo con una fune così fortemente da fargli quasi schizzar gli occhi fuori dalle orbite, poi lo finirono a colpi di mazza. Un anno dopo il senatore Simmaco, suocero di Boezio, seguiva, per ordine di Teodorico nel sepolcro il genero. Non si ha notizia di accuse e di processo contro Simmaco. Secondo un cronista anonimo Teodorico volle sbarazzarsene spinto dal timore che Simmaco vendicasse la morte di Boezio.

L'anno stesso in cui Albino e Boezio erano incarcerati, l'imperatore Giustino pubblicava un editto contro gli eretici, primi fra i quali i Manichei. Era una conseguenza della conciliazione tra Roma e Costantinopoli ed era anche, sebbene nell'editto la Chiesa gotica non venisse menzionata, un lontano annunzio di guerra contro l'ariano Teodorico. Che così fosse lo prova il fatto che qualche anno dopo, la persecuzione veniva estesa a tutti gli eretici compresi i Goti, molti dei quali furono costretti ad abiurare e a consegnare le loro chiese ai Cattolici. Teodorico non poteva non interessarsi della sorte dei suoi correligionari, e poiché sospettava che la persecuzione religiosa preludesse ad una spedizione armata dei bizantini in Italia, cercò di far cessare l'una e di scongiurare l'altra, inviando una ambasceria all'imperatore. A capo della legazione mise papa GIOVANNI I, che nel 523 era successo ad Ormisda, imponendogli di chiedere a Giustino la restituzione delle chiese, la revoca dell'editto di persecuzione e il ritorno alla loro fede degli Ariani che erano stati costretti ad abiurare.  Riluttante, nell'autunno del 525, in compagnia di cinque vescovi e quattro senatori, papa Giovanni partì da Ravenna. A Costantinopoli che per la prima volta vedeva nelle sua mura il capo della Chiesa Cattolica, il papa ebbe accoglienze trionfali; l'imperatore con il clero e con il popolo gli andò incontro a quindici miglia dalla città e prosternatosi davanti a lui, lo adorò.

GIOVANNI I si trattenne a Costantinopoli sei mesi, riaffermando il suo prestigio e quello della Chiesa romana. Sebbene l'imperatore fosse stato coronato dal patriarca bizantino, pare che il papa tornasse ad incoronarlo e la cerimonia di così alto significato politico si svolse con pompa magnifica. Quanto al risultato dell'ambasceria pare che fosse favorevole alle richieste di Teodorico, se non a tutte almeno alle prime due; riesce pertanto incomprensibile la condotta del re verso il papa. Forse Teodorico fu fortemente impressionato dalle calorose accoglienze ricevute da Giovanni a Costantinopoli, e sospettoso com'era vide in lui un nemico pericoloso che era prudente non lasciarsi sfuggire di mano. Il papa, dopo la celebrazione della Pasqua del 526, fece ritorno in Italia, ma non doveva più rivedere Roma: giunto a Ravenna vi fu imprigionato e pochi giorni dopo, il 18 maggio, morì.

La morte del papa aggravava la situazione di Teodorico di fronte agli Italiani e all'impero, ma più che del malcontento degli Italiani che egli cercò di far cessare, indicando come successore di Giovanni un fautore del partito gotico che fu poi eletto con il  nome di FELICE III, Teodorico temeva i Bizantini, i quali alleati con i Vandali, minacciavano di muovergli guerra. Il maggior pericolo era dalla parte del mare, perciò il re ordinò che venisse prontamente allestita e raccolta nel porto di Ravenna una flotta di mille navi,  ma i preparativi non erano ancora terminati quando, all'età di settant'anni, il 30 agosto del 526, TEODORICO cessò di vivere.

Sentendosi vicino a morire, Teodorico chiamò intorno al suo letto i più ragguardevoli personaggi fra i Goti; alla loro presenza designò come suo successore il decenne nipote ATALARICO e raccomandò ad essi che rispettassero il popolo romano, il Senato e si tenessero amico l'imperatore (principemque orientalem placatum semperque propitium haberent post Deum). Con queste sue ultime volontà metteva in discussione tutta la sua politica.

La morte del gran re fu dalla tradizione ecclesiastica (ovviamente nata dall'odio religioso) attribuita alla punizione divina, ma anche le leggende più stravaganti sorsero intorno alla fine di Teodorico. Un cronista anonimo narra che il re fece pubblicare un editto col quale ordinava che fossero cedute agli Ariani tutte le chiese cattoliche e che il giorno stesso in cui l'editto avrebbe dovuto avere esecuzione, Teodorico spirò. Procopio racconta che durante un banchetto fu portato a Teodorico un grosso pesce che agli occhi esterrefatti del principe assunse le minacciose sembianze di Simmaco e che impaurì talmente il re che di lì a poco morì. Un'altra leggenda, riferita da Gregorio Magno nei suoi Dialoghi, dice che l'eremita Calogero di Lipari vide Simmaco e Giovanni I che trascinavano legato Teodorico e lo precipitavano nel cratere dello Stromboli. Quest'ultima leggenda forse è in relazione con la scomparsa del corpo di Teodorico. Si crede che i frati di un convento, sorto presso il mausoleo del re a Ravenna, in odio all'eretico monarca ne portassero via la salma. Dove la nascosero non si sa, ma nel 1854 praticando degli scavi presso il mausoleo, furono scoperti molti tumuli e in uno di essi furono trovati i resti di un corpo attribuito al re ostrogoto e una corazza d'oro, ma dei primi più nulla si seppe, mentre della seconda poterono essere ricuperati solo alcuni frammenti, che ora si trovano nel museo bizantino di Ravenna. Corrado Ricci in una nota storica pubblicata nel 1881 sostenne che la corazza appartenesse proprio a Teodorico.