L'INVASIONE DEL REGNO

Non è certo possibile in questa sede fare una storia del Risorgimento, della conquista del Regno da parte dei piemontesi. Quel che si può dire, è che oggi per fortuna esistono ormai tante ricostruzioni storiche degli eventi di quei giorni molto più serene, veritiere ed oggettive della “versione ufficiale” fornita e propalata in questi 155 anni dalla “vulgata” storiografica risorgimentale. Sono ormai legione gli storici (e non tutti simpatizzanti con la causa borbonica, anzi) che stanno ricostruendo onestamente le pagine tragiche dell’invasione e della conquista del Regno. Ci limitiamo solo a elencare le più accertate ed ormai indiscusse acquisizioni storiche, ben note nel mondo degli esperti, ma ancora del tutto o quasi sconosciute al grande pubblico italiano e non, ancora influenzato dai ricordi di scuola sull’eroica conquista dei Mille fra il popolo meridionale esultante per essere “liberato” dalla “barbarie borbonica”. Tali favole oggi non le racconta quasi più nessuno, eppure sopravvivono nell’immaginario collettivo. Del resto, il lettore che ha avuto la pazienza di leggere attentamente le voci precedenti, si sará reso conto di quanto sia falsa la “vulgata” antiborbonica, di quanto sia esattamente antitetica alla veritá storica. Non per spirito di polemica, quindi, ma solo come servizio alla veritá storica ed alla memoria comune del popolo italiano, ci limitiamo a ricordare le più evidenti, indiscusse (anche se ancora non note a tutti) acquisizioni storiche su tali eventi, rinviando il lettore interessato agli studi appositi dei migliori storici:

  • Già dagli Anni Cinquanta, ed in particolare nel 1858 con i Patti di Plombières, Cavour aveva preparato, con la complicità di Napoleone III e della Gran Bretagna, e l’aiuto del mondo democratico italiano, l’invasione del Regno delle Due Sicilie, Stato sovrano sette volte secolare, pacifico, amico, alleato del Regno di Sardegna, il cui ultimo Re per altro era cugino del Re Vittorio Emanuele II.
  • Napoleone III appoggiò Cavour nella speranza (poi rivelatasi chimerica) che il Regno andasse a suo cugino Luciano Murat, mentre la Gran Bretagna nella speranza che un nuovo Regno d’Italia, ad essa riconoscente ed amico, potesse contrastare sia la predominanza francese che quella asburgica.
  • Garibaldi, per la sua spedizione, ricevette uomini, navi, ma soprattutto armi dal Regno di Sardegna, mentre i soldi li ricevette dalla Gran Bretagna e dalla massoneria internazionale in grande abbondanza [Si tratta di 3 milioni di franchi francesi (dati a Garibaldi in piastre d’oro turche a Genova prima dell’imbarco) e di 1 milione di ducati (cifre stratosferiche), nelle mani dell’ammiraglio Persano, a cui occorre aggiungere le 300.000 lire-oro procurate a Milano dal banchiere Garavaglia e date direttamente nelle mani di Garibaldi. Un tempo da riscrivere: il risorgimento italiano, tali soldi servirono per la corruzione dei più alti ufficiali borbonici, che fin dallo sbarco in Sicilia non combatterono mai seriamente i garibaldini (basti pensare che Garibaldi giunse a Napoli in treno, e con solo qualche morto e ferito in tutto), consegnando vilmente intere fortezze e varie postazioni militari all’invasore; ma servirono anche per la corruzione dei principali uomini di governo, che consigliarono sempre Francesco II nella maniera peggiore possibile, fino ad arrivare all’aperto tradimento, come nel caso, solo per fare il nome più celebre, di Liborio Romano, primo ministro e primo traditore del Re.
  • Cavour diede ordine all’ammiraglio Persano, comandante della flotta sabauda, di seguire da lontano la spedizione di Garibaldi e di aiutarlo qualora tutto fosse andato per il meglio; e così puntualmente avvenne. Ugualmente fece la Gran Bretagna, che schierò un’intera flotta in assetto di guerra nel Golfo di Napoli mentre Garibaldi arrivava, chiaro segno di cosa sarebbe accaduto se Francesco II avesse tentato di resistere.
  • Mentre Vittorio Emanuele II giurava amicizia al cugino a Napoli e deprecava quanto stava avvenendo, Cavour dava ordine al generale Cialdini di scendere con l’esercito a Napoli per impossessarsi del Regno (per altro invadendo lo Stato Pontificio), e lo stesso Re sabaudo venne al Sud per ottenere da Garibaldi il Regno conquistato (l’incontro di Teano).
  • Di fronte a quanto stava accadendo, da parte sua Napoleone III, che in pubblico condannava la spedizione come un atto di pirateria internazionale (e come poteva essere altrimenti definita?), di nascosto diede il suo assenso al Cavour con la famosa frase: “Faites, mais faites vite!” (fare, ma in fretta), chiedendo però, in cambio del suo “non-intervento”, Nizza e Savoia.
  • Francesco II, dinanzi ad uno dei più grandi complotti internazionali della storia, e, soprattutto, dinanzi al tradimento dei suoi ufficiali e dei suoi uomini di governo e più vicini e “devoti” consiglieri, comprese che tutto era perduto, ma che occorreva non perdere l’onore e la memoria storica: per evitare spargimenti di sangue di civili, lasciò Napoli, ma si rifugiò nella fortezza di Gaeta, seguito da tutti coloro che volontariamente scelsero di salvare l’onore combattendo dalla parte del legittimo ed amato sovrano aggredito.

Lasciando Napoli, Francesco II emanò un proclama, l’8 dicembre 1860, di cui riportiamo alcune frasi: «ho preferito lasciare Napoli, la mia propria casa, la mia diletta capitale per non esporla agli orrori d’un bombardamento (come quelli che hanno avuto luogo più tardi in Capua ed Ancona). Ho creduto di buona fede che il Re del Piemonte, che si diceva mio fratello, mio amico, che mi protestava disapprovare la invasione di Garibaldi, che negoziava col mio governo un’alleanza intima per veri interessi d’Italia, non avrebbe rotto tutti i patti e fatte violare tutte le leggi, per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi né dichiarazioni di guerra. Se questi erano i miei torti, preferisco le mie sventure ai trionfi dei miei avversari». Il proclama spaventò il capo della polizia della Luogotenenza Silvio Spaventa, visto che, come testimonia Ruggero Moscati, «produsse larghissima impressione in vasti strati della popolazione meridionale».

A Gaeta convennero infatti migliaia di borbonici fedeli (contemporaneamente resistevano eroicamente anche le fortezze di Civitella del Tronto e Messina), pronti anch’essi a morire in difesa del proprio sovrano e della loro patria e per testimoniare la fede e la civiltà avita e manifestare coi fatti il loro rifiuto di una società corrotta e traditrice alla quale sentivano di non appartenere. L’assedio, iniziato il 13 novembre 1860, durò fino al 13 febbraio 1861. Fu condotto con tale asprezza, che occorre ricordare che Cialdini ebbe l’ardire di far bombardare perfino la stanza dei sovrani, evidentemente nella speranza di ucciderli.

Il 5 febbraio 1861, un proiettile centrò la polveriera Sant’Antonio, provocando circa cento morti e seppellendo, sotto le macerie, centinaia di soldati vivi. “Il nemico faceva un sacrificio di vittime umane agli dei degli inferi; un’ultima esplosione lanciò in aria per poi precipitarli in mare soldati e ufficiali; gli assedianti, a Mola, batterono le mani come a uno spettacolo”. Dopo una breve tregua per estrarre i feriti dalle rovine, Cialdini rifiutò una proroga che avrebbe consentito di soccorrere le altre vittime ancora vive; il generale sardo volle quindi riprendere il bombardamento, offrendo al tempo stesso una resa senza condizioni alla stremata guarnigione napoletana. Di fronte alla inutilità di un’ulteriore resistenza, Francesco II autorizzò il governatore di Gaeta, che era quello stesso generale Giosué Ritucci che aveva diretto la sfortunata controffensiva sul Volturno, a trattare la capitolazione. Era l’11 febbraio e per due giorni si protrassero i colloqui senza che il generale Cialdini cessasse di rovesciare sulla sventurata fortezza una valanga di fuoco; ne aveva anzi approfittato per far entrare in azione altre due micidiali batterie di cannoni a canna rigata. Visto che la resa era sicura, quell’ulteriore dispiegamento di artiglieria d’assedio era mortalmente inutile, a meno che non ci si trovasse di fronte a quella sindrome magistralmente descritta dal romanziere francese Jules Verne in Dalla terra alla luna, quando gli affranti ingegneri e periti balistici, soci del “Gun club” di Baltimora, appresero con dolore ineguagliato che la fine della Guerra di Secessione impediva di sperimentare l’efficacia dei proiettili dei loro cannoni sulla carne confederata. Fu così che a Gaeta, alle tre del pomeriggio del 13 febbraio, mentre i parlamentari napoletani e sardi stavano discutendo gli ultimi dettagli della capitolazione, saltò in aria la polveriera della batteria Transilvania con le sue diciotto tonnellate di esplosivi. Immediatamente, le batterie d’assedio piemontesi concentrarono il fuoco sulle macerie per impedire i soccorsi, mitragliando i barellieri. Morirono inutilmente due ufficiali, cinquanta soldati e l’intera famiglia del guardiano del bastione. I plenipotenziari borbonici, che stavano trattando la resa nel Quartier Generale di Cialdini, trattennero a stento le lacrime mentre i loro ospiti applaudivano fragorosamente contravvenendo simultaneamente alle regole dell’ospitalità e alle leggi non scritte dell’onore militare».

Cialdini, non ancora soddisfatto, volle anche riuscire sarcastico per umiliare chi aveva avuto il coraggio di resistergli con dignità, e si offrì di fornire con generosità alla coppia sovrana una nave per andare a Roma: ne scelse una che fece ribattezzare “Garibaldi” Fra le lacrime dei soldati e degli ufficiali inginocchiati e della popolazione, mentre stringevano le mani a tutti, senza distinzione, fra le lacrime e i sorrisi, Francesco II e Maria Sofia salparono per Roma.

«Francesco di Borbone aveva in quel momento 25 anni, Maria Sofia solo 19, eppure nella sventura seppero dar prova di forza d’animo e dignità che sovrani ben più anziani e temprati di loro non avrebbero posseduto». Commenta Sergio Romano: «Se questi furono i nuovi battaglioni dell’Italia unitaria, la nuova classe dirigente avrebbe dovuto rendere rispettoso omaggio, nel momento in cui assumeva la direzione del nuovo Stato, agli ostinati difensori borbonici di Messina, Civitella del Tronto, Gaeta, e avrebbe dovuto aggiungerne i nomi al “ruolo degli eroi” di cui venerare la memoria. Come gli svizzeri alle Tuileries nel 1792 quegli uomini si batterono perché avevano giurato fedeltà al loro re e non meritavano l’oblio a cui li ha condannati la leggenda risorgimentale».

I Reali lasciarono il porto di Gaeta al suono della marcia reale di Paisiello con 21 salve di cannone, mentre tutto un popolo piangeva e salutava. Il Regno delle Due Sicilie aveva così cessato di esistere, lasciando attoniti e senza patria milioni di contadini meridionali, mentre buona parte dei notabili cittadini si apprestava a chiedere un’adeguata collocazione nel nuovo organigramma politico e amministrativo dell’Italia unita, e già metteva da parte i pochi soldi con cui di lì a poco si sarebbe impossessata delle terre degli aristocratici fedeli e della Chiesa, per poi trarre a rovina economica milioni di contadini che più non conobbero cosa fossero pietà e umanità, e per i quali unica salvezza rimase l’emigrazione. Ma non è questa la sede per parlare dei mali piombati sul Meridione d’Italia dopo il 1861, per i quali esiste un noto ed a tutt’oggi irrisolto concetto esplicativo che grava come una spada di Damocle sulla storia nazionale unitaria: “questione meridionale”.

Vogliamo concludere questa pagina con un tributo a S. M. Maria Sofia Regina delle Due Sicilie “Sorella dell’imperatrice Elisabetta d’Austria (la Sissi della leggenda), l’affascinante quanto effimera sovrana di Napoli. Nel lungo assedio fu infermiera fra i feriti, impavida sugli spalti fra i cannoni, sorridente tra i soldati, sempre pronta ad indirizzare una parola di incoraggiamento a quell’umanità sofferente…”. Vera animatrice dell’assedio di Gaeta, salvatrice dell’onore del Regno e dell’esercito borbonico, non passò giorno che non trascorse ad aiutare i suoi soldati sotto le cannonate, a curare le loro ferite, a condividere i loro stenti e le loro paure, ad incoraggiarli, a nutrirli, a soccorrerli, così come dava forza al marito nei momenti più difficili. La coppia reale a Gaeta diede degnissimo spettacolo di sé, uno spettacolo fatto di amore, abnegazione, devozione, onore e dignità, senso del dovere e della patria, ma anche di serenità e di affetto per i propri soldati.

Gaeta resterà sempre, nella storia dei Borbone delle Due Sicilie, nella storia del Regno di Napoli, nella storia degli italiani e nella storia in sé una delle pagine più ricche di gloria, dignità e onore. L’hanno firmata migliaia di volontari, e, idealmente, anche i volontari che contemporaneamente combattevano, senza neanche i sovrani presenti, nelle fortezze di Messina e di Civitella del Tronto, gli altri due eroici baluardi della resistenza borbonica, espugnati solo con la truce violenza, che hanno apposto la propria firma di sangue e onore a seguire quelle dei giovanissimi Reali, Francesco II e Maria Sofia di Borbone delle Due Sicilie.