IMPERO BIZANTINO (540 - 1130)

Impero bizantino è il nome con cui gli studiosi moderni e contemporanei indicano l'Impero romano d'Oriente (termine che iniziò a diffondersi durante il regno dell'imperatore Valente), di cultura prevalentemente greca, separatosi dalla parte occidentale, di cultura quasi esclusivamente latina, dopo la morte di Teodosio I nel 395.

Non c'è accordo fra gli storici sulla data in cui si dovrebbe cessare di utilizzare il termine "romano" per sostituirlo con il termine "bizantino", anche perché entrambe le definizioni sono utilizzate da molti di costoro, spesso indistintamente, per designare il mondo romano-orientale fino almeno al VII secolo. Le diverse impostazioni storiografiche condizionano anche la diversità di opinioni nella determinazione della datazione: taluni lo fanno coincidere con il 395 (separazione definitiva dei due imperi), ma si è anche proposto il 476 (fine dell'Impero Romano d'Occidente), il 330 (anno di inaugurazione della Nova Roma o Νέα Ῥώμη, fondata da Costantino I, copia fedele e nostalgica della prima Roma), il 565 (morte di Giustiniano I, ultimo imperatore di madrelingua latina e del suo sogno della Restauratio imperii). Alcuni storici prolungano il periodo propriamente "romano" fino al 610, anno dell'ascesa al trono di Eraclio I il quale modificò notevolmente la struttura dell'Impero.

Resta comunque il fatto che per gli imperatori bizantini e per i propri sudditi il loro impero si identificò sempre con quello di Augusto e Costantino I dal momento che "romano" e "greco" fino al XVIII secolo furono per essi sinonimi.

L'impero, dopo una lunga crisi, la sua distruzione da parte dei crociati nel 1204 e la sua restaurazione nel 1261, cessò definitivamente di esistere nel 1453 (conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi ottomani guidati da Maometto II).

La suddivisione dell'Impero romano in parti governate separatamente, iniziò con il sistema tetrarchico, creato alla fine del III secolo dall'imperatore Diocleziano, che divise l'impero in quattro parti, due delle quali affidate ai Cesari Galerio e Costanzo Cloro e le altre due affidate agli Augusti, Diocleziano e Massimiano. Tale prima suddivisione ebbe tuttavia finalità esclusivamente burocratiche, amministrative, o legate a una più razionale difesa delle frontiere. La tetrarchia ebbe termine quando nel 324 Costantino, figlio di Costanzo Cloro, riunificò nuovamente la carica imperiale nelle sue mani, dopo essere riuscito a sconfiggere Licinio presso Crisopoli.

Il problema di assicurare la difesa dei confini rendeva tuttavia indispensabile che la corte imperiale si stabilisse in luoghi più vicini ad essi: a causa della sua posizione strategica, Costantino scelse l'antica città greca di Bisanzio per edificare una nuova capitale, la cui costruzione fu completata nel 330. La scelta del luogo fu particolarmente felice anche dal punto di vista commerciale, in quanto Bisanzio controllava il flusso di merci dal Mar Nero. Sul piano più strettamente strategico-militare la città era difesa da tre lati dal mare, sempre via mare era facile rifornirla e, dal lato di terra, fu possibile erigere un imponente sistema di fortificazioni che protesse la città fino alla conquista durante la IV Crociata.

Il nome ufficiale fu quello di "Nuova Roma", ma nell'uso successivo prevalse la denominazione popolare di Costantinopoli ("Città di Costantino"). Con l'editto di Milano del 313, che concedeva la libertà di culto ai cristiani, ed il forte appoggio dato da Costantino stesso alla nuova religione, l'Impero si trasformò rapidamente da pagano a cristiano; la stessa Costantinopoli fu subito abbellita da stupende chiese.

Prima di morire (395) Teodosio I affidò le due metà dell'impero ai suoi due figli: ad Arcadio l'Oriente, con capitale Costantinopoli, e a Onorio l'Occidente. Le due parti dell'impero, mai più riunite, saranno conosciute come Impero romano d'Occidente e come Impero romano d'Oriente. In teoria, secondo la concezione romana, più imperatori regnavano collegialmente, su un'entità, l'impero, che giuridicamente era comunque considerata come un'unica realtà.

Tale era stata almeno, la "ratio" di tutte le suddivisioni, sia nel III che nel IV secolo. In pratica, dalla scomparsa di Teodosio in poi, i due imperi imboccarono dei cammini differenti e in taluni casi persino contrapposti. A conferma dell'unità "teorica" dell'Impero, la monetazione di quel periodo mostra i due Imperatori d'Occidente e d'Oriente seduti sullo stesso trono ed entrambi sorreggenti il globo crucigero rappresentante l'ideale romano di dominare l'intero mondo, con l'iscrizione SALVS REI PUBLICAE. Tuttavia, leggi promulgate in Oriente erano ritenute valide per l'Occidente solo se ratificate dall'imperatore occidentale, e viceversa, creando una divergenza legislativa tra Occidente ed Oriente.

Nel 476 Odoacre, re degli Eruli, depone l'ultimo imperatore d'Occidente, Romolo Augustolo, e restituisce le insegne imperiali all'imperatore d'Oriente Zenone, in segno di sottomissione. Da tale momento l'Impero d'Oriente sarà l'unico a sopravvivere, considerandosi unico e legittimo erede dell'intero orbe romano.

 

L'Italia bizantina

Nel 540, dopo quattro anni di guerra, Belisario, generale dell'impe­ratore Giustiniano I, prese Ravenna, capitale del regno ostrogoto. Con questo suo trionfo militare egli restituì ufficialmente l'Italia all'impero d'Oriente. In seguito Ravenna diventò sede di un praefec­tus praetorio, inviato da Costantinopoli, e fu capitale dell'Italia bizan­tina. Da allora fino alla conquista del Mezzogiorno ad opera dei Normanni nella seconda metà dell'XI secolo, varie regioni dell'Italia per tempi più o meno lunghi fecero parte dell'impero bizantino. Infatti, nonostante le invasioni longobarde e la fondazione dell'impe­ro germanico con le sue pretese sull'Italia, e malgrado le conquiste arabe nel Meridione, la continua presenza dei Bizantini durò più di cinque secoli; tuttavia durante questo periodo la configurazione politica dei loro domini in Italia fu sottoposta a frequenti variazioni.

 

La geografia politica

Secondo l'impostazione politico-amministrativa giustinianea l'Italia fu suddivisa in tre parti: tutto il territorio peninsulare fece capo al praefectus praetorio con sede a Ravenna; questo territorio costituì poi, dalla fine del VI secolo, il cosiddetto esarcato d'Italia; la Sicilia, invece, ebbe uno statuto particolare e rimase una provincia indi­pendente fino alla conquista araba, avvenuta durante il IX seco­lo; la Sardegna, infine, dipese dall'esarca d'Africa, che risiedeva a Cartagine.

Per quanto riguarda l'Italia peninsulare, i secoli successivi alla con­quista di Ravenna ad opera di Belisario furono contrassegnati soprat­tutto da eventi bellici. Alla guerra dei Bizantini contro gli ultimi re goti e i loro alleati, che si protrasse fino al 554, seguì ben presto l'invasione dei Longobardi: questi dal 568 in poi occuparono siste­maticamente l'Italia centro-settentrionale, respingendo i Bizantini a Ravenna e nel suo retroterra: il nome "Romagna" deriva, infatti, da "Romania", territorio dei "Romani", e cioè dei Bizantini. Nel centro-nord d'Italia ai Bizantini rimasero, oltre Venezia e alcune posizioni marittime, Roma, città del papa, che era collegata con la capitale politica tramite un corridoio fortificato lungo le viae Flaminia e Tiberina. Nel Mezzogiorno, intanto, il ducato longobardo di Bene­vento si estendeva rapidamente in Campania, Apulia, Basilicata e Calabria, interrompendo perfino le comunicazioni terrestri tra Roma e le province meridionali. La divisione di fatto tra Nord e Sud fece sì che nella seconda metà del VII secolo, le ultime posizioni bizantine nel Sud d'Italia, ridotte al ducato di Napoli, al porto di Otranto e forse a qualche altro paese del Salento e alla Calabria meridionale, fossero annesse alla provincia di Sicilia.

Sotto la continua pressione dei Longobardi cadde Ravenna nel 751, data questa che significa la fine dell'esarcato d'Italia. Dopo pochi decenni la Roma papale optò per la protezione dei re franchi; con l'incoronazione di Carlo Magno a imperatore nell'anno 800, papa Leone III abbandonò definitivamente l'impero bizantino. Nell'Italia centro-settentrionale soltanto Venezia, ancora per qualche secolo, continuò a rimanere nell'ambito di Bisanzio, come ducato autonomo legato a Costantinopoli da comuni interessi marittimi e commerciali nell'Adriatico e in tutto il Mediterraneo orientale.

Contemporaneamente e in modo analogo, a sud di Roma il ducato di Napoli andò sempre più svincolandosi dalla dipendenza dal governa­tore bizantino della Sicilia, senza comunque voler arrivare mai a una netta rottura con l'impero d'Oriente. Anche se nel IX secolo la Nuova Roma non era più in grado di fornire grandi appoggi politici e militari o valide garanzie di sicurezza, i due ducati intesero riferirsi all'antico impero per meglio sfuggire alle aggressioni dei Longobardi e dell'impero germanico.

Intanto, alla fine degli anni venti del IX secolo, era iniziata la conqui­sta musulmana della Sicilia, che era stata risparmiata precedente­mente da qualsiasi intervento longobardo. Procedendo sistematica­mente da ovest verso est, dopo lo sbarco a Marsala i Saraceni presero Palermo nell' 831 e nell'878, dopo un lungo e drammatico assedio, Siracusa, antica capitale bizantina dell'isola. Contemporaneamente, incursioni e razzie di bande arabe devastarono l'Italia meridionale longobarda e bizantina. A Bari si costituì un emirato indipendente, base logistica di continue scorrerie in Puglia e in Campania e nel mare Adriatico.

Spinto dalle richieste del principe di Benevento e dalla situazione allarmante dell'Adriatico, negli anni settanta del IX secolo l'impera­tore Basilio I promosse una campagna militare per riconquistare l'Italia meridionale e per liberarla dall'incubo delle perenni devasta­zioni ad opera dei Musulmani, un'impresa che ebbe successo solo a metà: da un lato i Bizantini riuscirono a recuperare la Calabria e la Puglia, nonché parti della Basilicata e della Campania, occupando perfino per alcuni anni Benevento, capoluogo del principato longo­bardo; dall'altro, invece, non poterono salvare Siracusa, nè ostacola­re efficacemente le incursioni arabe in Calabria e in Puglia che continuarono, sebbene ridotte, fino all'XI secolo.

Sul piano amministrativo il territorio riconquistato dai Bizantini fu suddiviso in due province (themata), cioè la Longobardia, che com­prendeva la Puglia e pani della Basilicata, zone quindi occupate anteriormente dai Longobardi, e la Calabria, i cui confini coincidevano in linea di massima con quelli dell'omonima regione attuale. Benché i ripetuti tentativi dì recuperare la Sicilia venissero regolar­mente respinti dagli Arabi, le province del Mezzogiorno d'Italia, pur ristrutturate più volte sul piano amministrativo (si pensi alla creazio­ne del catepanato d'Italia nella seconda metà del X secolo), rimasero in mano bizantina fino alla conquista normanna della seconda metà dell'XI secolo.

Tuttavia i re normanno-svevi, che suggellarono la fine della presenza politica di Costantinopoli in Italia, raccolsero nelle istituzioni e nella cultura del loro regno il meglio dell'eredità bizantina. Da quanto è stato detto, risulta che mezzo millennio di Bisanzio in Italia non significò un dominio continuativo dell'impero d'Oriente, ma un perenne spostamento dei centri di potere e delle aree di maggior influsso.

 

Le modalità del governo bizantino

Non sembra che nel periodo post-giustinianeo il governo di Costanti­nopoli considerasse la lontana Italia di grande importanza politica. Dal momento che le province italiane erano collegate con il resto dell'Impero soltanto per via dì mare, gli eventi memorabili che vi si succedettero, quali invasioni barbariche o rivolte locali non costrui­rono mai problemi imminenti o pericoli diretti per Bisanzio. Perciò si nota un certo disinteresse per le vicende dei territori occidentali che sono raramente menzionate dagli storici e cronisti bizantini.

Non è certo un caso che in un periodo durato più di 500 anni soltanto un imperatore si sia recato in Italia. Si tratta di Costante II, della dinastia di Eraclio, il quale nel 663 sbarcò a Taranto. Dopo combatti­menti poco felici contro i Longobardi meridionali e una breve visita a Roma, egli si trasferì a Siracusa, dove fu assassinato nel 668. Le intrinseche ragioni del suo soggiorno in Sicilia, che comportò un'as­senza insolitamente lunga da Costantinopoli, non sono chiare; possiamo, comunque, supporre che l'imperatore considerasse Siracusa una base strategica particolarmente idonea per arrestare efficace­mente la rapida avanzata degli Arabi nel Mediterraneo centrale. Tuttavia la spedizione di Costante II rimase un fatto isolato, dopo la sua morte nessun imperatore di Costantinopoli visitò le province italiane dell'Impero.

In genere Bisanzio era rappresentata in Italia dai governatori di provincia (esarchi, strateghi, catepani o duchi) che venivano nomina­ti e inviati direttamente dal governo centrale. Secondo un'antica tradizione amministrativa romana, rispettata anche dai Bizantini, i governatori non dovevano essere originari delle province loro affida­te per un tempo determinato che normalmente non superava i cinque anni; inoltre, non vi dovevano possedere beni immobili. Il grosso delle truppe destinate alla difesa della provincia, invece, e i loro ufficiali, come anche i funzionari medio-inferiori dell'amministrazio­ne civile, erano di estrazione locale. I governatori ebbero residenza fissa nei praitoria delle rispettive capitali: Ravenna dell'esarcato, Siracusa del thema di Sicilia, Reggio di quello di Calabria e Bari prima del thema di Longobardia e poi del catepanato d'Italia. E comune ai quattro capoluoghi provinciali una caratteristica non certo fortuita, e cioè il fatto di essere tutti città portuali con vocazione all' Oriente. In effetti, le comunicazioni dirette e senza intralci con Costantinopoli erano indispensabili per un adeguato funzionamento dell'ammini­strazione provinciale: Roma, ad esempio, con un porto insabbiato sul mare Tirreno era praticamente esclusa dai circuiti che collegavano l'Italia con l'impero d'Oriente.

Era quindi, nelle varie capitali di provincia che più si manifestava la presenza bizantina in Italia, perché nei palazzi dei governatori, inve­stiti tanto del comando supremo delle forze militari, quanto di competenze giudiziarie e fiscali, si concentrò tutto il potere delegato dall'imperatore. A queste città la presenza dei rispettivi esarchi, strateghi o catepani e del loro entourage non diede soltanto un'im­pronta più specificatamente bizantina, ma esse furono veramente cerniere tra le singole province e il governo imperiale, in modo tale che anche gli stessi cittadini approfittavano dei rapporti preferenziali con Costantinopoli. Insomma, la concentrazione di potenza militare e potere politico nei capoluoghi, la più agevole diffusione di informa­zioni anche extra-provinciali e cioè la maggiore apertura verso l'Impero fornirono validi incentivi alla loro vita sociale, economica e culturale.

Tuttavia, malgrado i loro ampi poteri, i governatori, che spesso appartenevano al fior fiore dell'aristocrazia imperiale, in genere rimasero estranei alle loro province. A causa della breve durata del loro mandato e della pericolosità dell'incarico (molti morirono com­battendo nemici esterni o ribelli interni) essi non ebbero il tempo nè la possibilità di stabilire rapporti durevoli con il territorio amministra­to, perciò lasciarono pochi ricordi. Vari tentativi di governatori d'Ita­lia di usurpare il trono imperiale fallirono per mancanza d'appoggio, ma mentre i governatori passavano, la nobiltà locale che sotto di loro gestiva l'amministrazione provinciale e forniva la maggior parte degli ufficiali dell'esarcato, restava. I suoi esponenti, fregiati di titoli onori­fici bizantini, da un lato erano inseriti nella gerarchia dei funzionari imperiali, dall'altro conducevano gli affari delle province secondo i loro interessi, che non sempre erano quelli del lontano Impero. Ma anche se desideravano maggiore autonomia o patteggiavano per conto proprio con i principi degli stati confinanti, oppure si ribellava­no contro qualche rappresentante del basileus, continuavano a rico­noscersi su un piano più generale nella civiltà dell'impero bizantino.

 

L'organizzazione ecclesiastica

Secondo l'antica ripartizione dell'ecumene tra i cinque patriarcati, la giurisdizione ecclesiastica sull'Europa occidentale, la Grecia inclusa, spettava al papa. Fino all'VIII secolo il governo bizantino rispettò in linea di massima questa divisione, che risaliva ai primi secoli della chiesa cristiana, limitando le proprie ingerenze ad alcuni ritocchi all'interno della gerarchia vescovile e a interventi sul piano personale. Evitando scontri frontali con i pontefici, gli imperatori risollevarono grado per grado la posizione gerarchica del vescovo, poi arcivescovo della capitale Ravenna e cercarono di ricoprire le cattedre delle città più importanti, quali Roma, Ravenna e Siracusa, con chierici di provata fedeltà politica.

Tuttavia il potere imperiale non riuscì mai a controllare e a manipola­re i pontefici della lontana Roma quanto i patriarchi di Costantinopo­li. Al contrario, durante il VII e l'VIII secolo, quando le controversie monotelita e iconoclasta divisero il mondo cristiano, Roma diventò il centro di una fronda generale contro la politica religiosa dei basileis. E interessante in questo contesto notare che le proteste anti-monote­lita e anti-iconoclasta furono portate avanti innanzi tutto da chierici e monaci orientali di lingua greca, confluiti a Roma per fuggire le invasioni persiane e arabe, oppure eventuali persecuzioni religiose. Sia che avessero un bagaglio culturale e teologico più adatto per interloquire nelle discussioni di carattere squisitamente cristologico, sia che fossero più abili, anche per ragioni linguistiche, a gestire le relazioni con le autorità politiche bizantine in Italia, ben presto i rifugiati orientali monopolizzarono la curia pontificia. Tra il 642 e il 752, infatti, ben dodici papi greco-orientali occuparono la cattedra di S.Pietro, senza comunque essere strumenti malleabili nelle mani degli imperatori.

Soltanto intorno alla metà deI lVIII secolo, durante il primo periodo iconoclasta (la data esatta è ignota), quando l'Italia centro-settentrio­nale era ormai persa per i Bizantini, l'imperatore tolse al papa la giurisdizione ecclesiastica delle province balcaniche e italiane (Sici­lia, Calabria e Otranto), che ancora facevano parte dell'Impero, conferendola al patriarca di Costantinopoli. Tale riordinamento era del resto consigliato anche sul piano pratico, dato il divario linguistico che si era ormai stabilito tra le province grecofone e quelle di lingua latina, che rimasero sotto la giurisdizione pontificia.

Quando, alla fine del IX secolo, Basilio riconquistò da Longobardi e Arabi anche la Puglia e la Basilicata, la nuova ripartizione ecclesiasti­ca rimase in vigore: la Sicilia, la Calabria e il Salento continuarono a dipendere da Costantinopoli, mentre i vescovadi pugliesi e lucani, che erano di lingua latina, rimasero sotto l'obbedienza di Roma. Soltanto dopo la conquista normanna, tutta l'Italia meridionale tornò di nuovo sotto la giurisdizione pontificia, compreso il gran numero di monasteri greci, cosiddetti "basiliani" che fiorirono ancora per molti secoli in tutto il Mezzogiorno.

 

La cultura linguistica

Per quanto riguarda la cultura linguistica, si deve sempre tener presente un fatto elementare: Italia bizantina non significa e non ha mai significato Italia greca. La città di Ravenna, ad esempio, e tutto l'Esarcato, dopo duecento anni di dominio bizantino rimasero latini sia nella cultura linguistico-letteraria, sia nella liturgia e nella struttura ecclesiastica. Rarissimi sono, infatti, i grecismi conservati in testi romagnoli del Medioevo e nei dialetti moderni. L'esarca e i suoi familiari grecofoni cui si riferiscono le poche iscrizioni greche ancor oggi conservate a Ravenna si trovarono decisamente in minoranza rispetto a una popolazione latina. Perciò erano molto richiesti i pochi funzionari bilingui, che basavano le loro cartiere sulla mediazione linguistica. Il greco, quindi, era una lingua d'élite, utile ma non indispensabile per la comunicazione con le autorità politiche; certo non era una lingua molto diffusa, né tanto meno imposta dal governo di Costantinopoli, perché l'impero bizantino è sempre stato un organismo multinazionale e multilingue.

Abbiamo avuto già modo di parlare degli ambienti grecofoni che dominarono culturalmente la curia pontificia tra il VII e l'VIII secolo, ma anche a Roma in quel periodo era sempre il latino la lingua comune della città e la lingua liturgica della chiesa; l'esperienza greca del primo Medioevo rimase un fatto marginale e alla lunga senza conse­guenze. Analogamente, nel periodo tra il IX e l'XI secolo Bari fu capitale del thema bizantino di Longobardia e del catepanato d'Italia ma anche questa città, come del resto tutta la Puglia centro-setten­trionale, era latina sul piano linguistico, letterario, ecclesiastico e anche giuridico.

Soltanto in Sicilia in Calabria e nel Salento prevalse, in epoca bizantina, palesemente la lingua greca. Non è qui la sede per ridiscu­tere la vexata quaestio sulla continuità o discontinuità della lingua greca nell'Italia meridionale dall'antichità fino all'epoca moderna; è ovvia comunque una certa coincidenza geografica tra le zone appar­tenenti alla Magna Grecia e quelle grecofone anche nel periodo bizantino, mentre furono di lingua latina quelle province bizantine d'Italia che nell'antichità erano state poco o mai toccate dalla colo­nizzazione ellenica. Infatti, come già si è detto, Italia bizantina non significa Italia greca, e l'influsso bizantino sull'Italia operò mediante tramiti che andarono oltre quelli meramente linguistici.